lunedì 29 giugno 2015

USIS


Sappiamo tutti chi sia Al-Baghdadi e cos'è il fantomatico califfato del terrore che governa (l'ISIS). Un po' meno famoso è John McCain. Al di là del forte richiamo nel suo cognome ad un personaggio biblico (Caino), il senatore repubblicano, ex candidato alla Casa Bianca che ha conteso la presidenza della Repubblica a Barack Obama, deve una triste e recente fama proprio a Ibrahim Al-Badri che, con il nome di Abou Bakr Al-Baghdadi, è il Califfo del Terrore, il padre-padrone dell'ISIS. Non molto tempo fa, era il febbraio del 2011, il nostro senatore ebbe una serie di incontri (in Egitto e Libano) per lanciare la primavera araba e rifornire di armi le fazioni ribelli nel Medio Oriente. Anche se l'iniziativa di McCain non era (pare) stata concertata con il Governo statunitense, la notizia ha comunque grande rilevanza politica perché dimostra che armi, servizi e preparazione bellica di coloro che formano oggi l'organizzazione terroristica al primo posto nella Lista Nera Internazionale è di matrice americana. Le radici della repentina crescita di questa formazione sono da ricercarsi proprio tra le fila di chi (sembra) vuole contrastarla oggi con ogni mezzo e con ogni alleato. L'ISIS potrebbe cambiare il proprio nome in USIS e ricordare la mitologia greca con le vicende che legano Cronos e Zeus e nessuno avrebbe nulla da obiettare...

giovedì 16 aprile 2015

Euronomics

Vi siete mai domandati quanto costa stare in Europa? Avete mai pensato a quale sia il prezzo pagato per aver giurato fedeltà a questo aborto istituzionale (e mi scuso per aver offeso involontariamente i feti)? Da quando l'Unione è diventata realtà alcuni cittadini italiani (non tutti, per la carità) se ne sono sobbarcati il costo. Altri, i più furbi, i più ricchi, i più raccomandati, i più inseriti nei salotti che contano, sonon scappati all'estero come conigli per pagare meno tasse (tanto qualcuno penserà a farlo per loro). E' comodo parlare di Europa e di come deve cambiare l'Italia per “tenere botta” con i Paesi emergenti, le grandi economie asiatiche o i petrolricchi, da una comoda poltrona imbottita in Belgio, nel Regno Unito, in Svizzera, in Lussemburgo, nell'est ex-sovietico o negli USA. E, intanto, i nostri giovani debbono emigrare per “fame” in cerca di lavoro esattamente come hanno fatto i loro avi. I nostri avi. Questa Europa assurda, iniqua e illiberale, non si merita di avere tra i membri fondatori un Paese come l'Italia, ricco di Storia e tradizioni, di creatività e di orgoglio, di capacità e intraprendenza. Solo una classe politica cieca e interessata può aver avallato la formazione di questo carrozzone legislativo che bada benissimo ai desiderata dei banchieri internazionali, delle grandi multinazionali e di quelle due nazioni che di fatto comandano la Troika: Germania e Inghilterra. L'Italia deve uscire dall'Europa prima che chi la sta derubando abbia finito il proprio lavoro. Dopo non servirà più a niente.

mercoledì 8 aprile 2015

Non aprite quei luoghi comuni

In politica esistono i luoghi comuni? Proviamo a scoprirlo insieme."Si stava meglio quando si stava peggio". Nato ovviamente con un altro intento, questo luogo comune ben si adatta al clima politico. Esso indica come il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica (a livello economico) sia stato tutt'altro che indolore. "Non esistono più le mezze stagioni". Pur se bisognoso di qualche aggiustamento, il detto può celare una velata critica alla stampa, all'Informazione, rea di veicolare in tempi di crisi messaggi governativi ottimistici sulla cosiddetta ripresa (che continua a non arrivare). Si passa, dunque, dalle manovre "lacrime e sangue" a quelle per "cavalcare la ripresa". La stagione di mezzo, ovviamente quella che invece si sta vivendo, la più lunga e fredda in assoluto, sembrerebbe non esistere più. Ma c'è. Eccome. "Gli uomini con gli amici parlano solo di calcio e di sesso". Se c'è un risultato che va ascritto alla nostra classe politica è proprio che hanno saputo far cambiare dieta ai maschi italiani. Oggi, il pour parler è fatto di tasse e soldi, di come arrivare alla fine del mese. A suon di manovre fiscali, maschi e femmine d'Italia parlano la stessa lingua e non ci sono più i monologhi in stanze diverse. "I professori di una volta erano vocati; quelli di oggi prendono solo lo stipendio". Per forza, con i nuovi contratti è un miracolo arrivare a prenderne uno ragion per cui è proprio così disdicevole desiderare di arrivare alla fine del mese? No. Penso proprio di no. "C'è la Crisi ma i ristoranti sono pieni". Il problema è che con le imposte e tasse di oggi non è difficile riempire un locale ma guadagnarci. Occorre che i clienti paghino e lo Stato non si rubi tutto l'incasso. Nei ristoranti, del resto, potrebbe esserci una nutrita delegazione di "eletti" e, si sa, ciò che questi delegati spendono ricade sulle tasche dei cittadini italiani. In conclusione, voglio citare il proverbio più politico ed attuale in assoluto. Si tratta di un "luogo comune" molto conosciuto e diffuso nell'immaginario collettivo. "Non mi conosci e quindi non mi puoi giudicare". Alzi la mano quel Giudice che è senza peccato e che conosce vita, morte e miracoli del politico che beffardamente sbatte in prima pagina, espone al pubblico ludibrio. Per giudicare occorre guardare il curriculum vitae e non l'esistenza del reato. Giusto? Lo immaginavo.

sabato 28 marzo 2015

(Exit) Poll Fiction

Una recente tendenza della politica nostrana è quella di anticipare una notizia economica allo scopo di guadagnare punti nei sondaggi o credibilità nei mercati. Come se non bastassero i danni che i “rapporti trimestrali” fanno alle aziende e all'azionariato, ecco che il sistema si rinnova aumentando gli strumenti a disposizione. Se il mercato mondiale fosse uno smartphone si potrebbe affermare che si è arricchito di una nuova app: la (Exit) Poll Fiction. Il meccanismo è semplicissimo. Pur di anticipare dei risultati positivi da sbattere in prima pagina e da portare trionfalmente in televisione, si è inventata la pre-notizia, il pre-annuncio, il pre-dato. Così, con abilità di consumati prestigiatori, i mezzi di informazione hanno diffuso ipotesi e congetture, idee e presupposti, che fino a ieri erano di dominio di chi giocava d'azzardo con la finanza. Oggi, la paternità di questo movimento di fiches è (anche) dell'Esecutivo. Confusi e sorpresi leggiamo e ascoltiamo notizie che ci illuminano sul futuro in questo modo: “Dopo i dati preliminari diffusi a metà marzo dal presidente dell’Inps Tito Boeri”(Il fatto quotidiano, 27-3-15), “dalle stime Istat emerge come il tasso di disoccupazione a dicembre risulti in forte calo. Si parla del 12,9%” (Si24, 30-1-15), “Abbiamo attraversato una fase emergenziale di crisi economica. Ne siamo fuori? Credo di sì, perché segnali univoci vanno in quella direzione” (Renzi su Il messaggero, 17-3-15), “Il Pil italiano crescerà dell'1,1% nel 2015 e dell'1,4% nel 2016. Lo rende noto il direttore dell'ufficio studi di Confcommercio” (Tgcom24, 28-3-15). Fare una previsione (spacciandola per dato di fatto), parzializzare un'analisi statistica, dare un'interpretazione emotiva a formule matematiche, sono esempi di pura manipolazione. Di per sé, non è cosa sbagliata a meno che non lo sia il motivo per il quale viene fatta. Su questo tema intendo giudicare l'operato dell'Esecutivo, della politica italiana e degli analisti. Se questa frenesia ed imprecisione servirà a convincere gli stranieri ad investire ed a credere nell'Italia e nei suoi abitanti allora penso che questo comportamento sia giustificabile e degno di indulgenza. Nel caso gli obiettivi fossero differenti, invece...

lunedì 16 marzo 2015

Non è un Paese per onesti

Che l'Italia non sia propriamente un Paese dove la Giustizia regni sovrana è cosa risaputa. Del resto, la Criminalità Organizzata ha un sistema ben radicato sul territorio ed influenza la politica, l'economia e la società avendo abbattuto gli storici confini regionali. Sull'argomento, voglio invitare alla riflessione. Ci si è mai chiesto che cos'è il “carcere duro”? Nato nel 1977, con l'obiettivo di contrastare il terrorismo brigatista di quegli anni, è stato esteso ai mafiosi e rinnovato nel 1992 dopo la strage di Capaci e di Via D'Amelio. Prevede il massimo isolamento, stretta sorveglianza, colloqui limitati, contatti con l’esterno rigidi controllati (una telefonata al mese, riservata esclusivamente ai familiari più stretti i quali, per essere contattati, devono recarsi di persona presso il carcere della propria città per ricevere la telefonata), alimenti e oggetti personali in limitata quantità. Ad oggi, dunque, il 41 bis si applica per: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza; delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso; delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'associazione mafiosa ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose; delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope; delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù; delitto di chi, utilizzando minori degli anni diciotto, realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico ovvero induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche e chi fa commercio del materiale pornografico predetto; delitto di tratta di persone; delitto di acquisto e alienazione di schiavi; delitto di violenza sessuale di gruppo; delitto di chi induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione; delitto di sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione; delitto di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Le carceri dove è possibile trovare detenuti in tale regime penitenziario sono 12 e cioè: Cuneo, L’Aquila, Marino del Tronto (AP), Novara, Parma, Pisa, Rebibbia (Roma), Secondigliano, Spoleto, Terni, Tolmezzo (Ud), Viterbo. In pratica, nonostante la nomea di “carcere duro”, il 41 bis altro non è che quello che all'estero viene semplicemente chiamato incarcerazione in “cella di isolamento”. A mio modesto modo di vedere, sarebbe auspicabile prevedere l'allargamento di tale pena anche per chi commette altri reati. Io credo che le nostre Forze dell'Ordine (che ritengo siano sottopagate per i rischi che corrono) debbano ricevere delle maggiori tutele. A questo proposito, coloro che si macchiano di reati che coinvolgono dei nostri agenti meritano il “raddoppio della pena”. Allo stesso modo, per proteggere ulteriormente l'onorabilità delle Forze dell'Ordine stesse, quegli agenti che vengono condannati per dei reati dovrebbero ricevere lo stesso trattamento. Lo Stato sembra essere impotente quando prova a combattere la Mafia silente, quella mercatista, quella che appare perbene e che ti vende beni e servizi a prezzi molto concorrenziali e uccide l'imprenditoria onesta che non può sostenere il confronto avendo meno disponibilità di mezzi. Ebbene, nonostante il redditometro ed altre diavolerie del Fisco nessuno pensa di vietare per Legge il sottocosto o indaga sui prezzi estremamente bassi praticati da questo tipo di attività commerciali. E sempre per parlare di Mafia, molti storceranno il naso nel sapere che, mentre per un individuo onesto che non riesce a pagare i propri debiti con le banche o Equitalia, subisce il pignoramento e la vendita dei propri beni, la Giustizia italiana non è altrettanto celere con la Malavita Organizzata. I beni sottratti ai mafiosi, infatti, possono essere espropriati solamente dopo il 3° grado di giudizio e a quel punto, per lo Stato, sono una spesa anziché un introito. Un'altra incongruenza giuridica tutta da rivedere è legata alla corruttela. Se un imprenditore denuncia il mafioso al quale ha pagato una tangente le nostre Leggi lo premiano. Se un cittadino denuncia un pubblico ufficiale al quale ha pagato una tangente può essere condannato sino a 3 anni di galera. Viene da sé che questo disincentivo limita fortemente la lotta alla corruzione. Ma come detto, l'Italia non è un Paese per onesti...

giovedì 19 febbraio 2015

Todos somos Mourinho


Il titolo, ovviamente provocatorio trattandosi di un articolo scritto da un fervente milanista, è quanto di meglio potesse suggerirmi il mio estro per sintetizzare (oltre al denaro) cosa manca in questo momento al nostro Paese per migliorare società civile ed economia. Calcisticamente parlando, José Mourinho è universalmente riconosciuto come il più famoso degli allenatori-MOTIVATORI. Se proviamo a rifletterci un po' su possiamo immaginare cosa potrebbe essere la nostra società se ci fosse un José Mourinho in ogni posto chiave. Pensiamo a cosa sarebbe l'Italia se il Presidente della Repubblica fosse un motivatore. Il primo degli italiani, con un carattere ed un carisma alla Pertini, potrebbe stimolare una classe politica tra le peggiori della nostra storia a rendere al 100%, a gettare il cuore oltre l'ostacolo, “a trasmettere la vittoria in campo”. Se il Presidente del Consiglio fosse uomo in grado di spronare il suo Governo e a donargli tensione positiva e concentrazione riuscirebbe a centrare i risultati con velocità, efficacia ma anche senso di Giustizia in modo da conquistare gli italiani senza bisogno di manipolarne il consenso. Questa rivoluzione potrebbe andare oltre. Potremmo trovare motivatori nelle aziende, nelle scuole, nelle famiglie, nell'arte. Sarebbe fantastica un'Italia piena di Mourinho e se a scriverlo è un milanista DOC potete davvero crederci.

giovedì 9 ottobre 2014

RAUS-TERITY

Austerity è un termine che sta ad indicare un certo periodo della Storia del secolo scorso e precisamente il biennio che va dal 1973 al 1974. Molti Paesi europei a fronte di seri problemi economico-politici di tipo internazionale decisero di fronteggiare una crisi con un drastico e voluto contenimento del consumo di energia. Oggi, ciò che successe allora, lo chiameremmo un primo tentativo di applicare in maniera forzata la “decrescita felice”. Alla radice di tutto questo sconvolgimento ci fu lo choc petrolifero del 1973 sostanzialmente causato da almeno 3 fattori: -l'aumento non previsto dei costi di trasporto del greggio dovuto alla chiusura del Canale di Suez. Le guerre arabo-israeliane, succedutesi tra il 1967 ed il 1973, avevano reso impraticabile il passaggio e le petroliere dovevano circumnavigare il continente africano aumentando i tempi di consegna, i costi di navigazione e conseguentemente il prezzo alla consegna; -l'aumento degli esborsi per le licenze versate ai paesi mediorientali che detenevano i pozzi petroliferi (il prezzo del greggio passò dai 3 dollari al barile fino a raggiungere il tetto degli 11,65); -l'embargo nella vendita di greggio che i Paesi dell'OPEC avevano istituito nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti contestando l'alleanza e l'appoggio economico militare che questi fornivano allo Stato di Israele dopo l'attacco del 6 ottobre del 1973, episodio meglio noto come la Guerra dello Yom Kippur o Ramadan d'ottobre, e la conseguente sconfitta delle forze egiziane e siriane sancita dalla risoluzione ONU del 22/9. Oggi il termine austerità non evoca più gli spettri di un tempo ma sta ugualmente ad indicare un tipo di politica economica restrittiva e depressiva densa di tagli della spesa pubblica e aumento generalizzato delle imposte volti comunque a raggiungere il pareggio di bilancio. Tale misura economica, quindi, non si propone lo scopo di razionalizzare le risorse del pianeta per rendere migliore la vita e la socialità dei cittadini ma unicamente quella di coprir e un debito che cresce a dismisura come nella leggenda dell’indiano che, invitato dal re di Persia a chiedere un premio per la sua invenzione degli scacchi, chiese tanti chicchi di grano quanti risultavano dal due moltiplicato tante volte quanti erano gli scacchi. Ne venne fuori un numero di 20 cifre. Chiamiamola dunque Austerity o Austerità la conclusione è sempre la stessa: si tratta di una misura distruttiva, antisociale e antidemocratica. Capitalista, insomma...

martedì 1 luglio 2014

MEMORIE DELL’ANTICO PIEMONTE


Una cavalcata storica attraverso i secoli più bui delle terre piemontesi
Nel corso dei secoli il Piemonte è stata una terra di passaggio e di conquista per molti eserciti stranieri e per molti popoli invasori. Una terra di frontiera come la nostra, punto-chiave di passaggio per il valico delle Alpi e per l’accesso nella Pianura del Po, non poteva non suscitare bramosìe nei cuori di quei condottieri che per secoli si contesero il dominio della nostra penisola. Abitata sin dagli albori della sua storia da tribù gallico-celtiche i cui antichi nomi ancor oggi stanno alla radice di quelli di tante odierne città e paesi, la “terra ai piedi dei monti” fu poi invasa e conquistata dalle invincibili legioni di Roma. I nostri antenati Taurini, Salassi, Masselli, Vagienni, Caburri, insieme a moltissimi altri, si difesero valorosamente, combattendo con indomito ardore contro le legioni romane. Invocando divinità terribili come Lug e Samhain, correvano incontro ai legionari invasori agitando poderose scuri e lunghe spade dalla lama piatta, e con tali micidiali armi riuscirono anche ad infliggere dolorose perdite ai conquistatori… Ma nonostante tutto il loro valore e tutto il loro eroismo vennero sconfitti! I legionari di Roma vinsero, schiacciarono i nostri antichi antenati sui campi di battaglia ai piedi del Monviso e nelle pianure del vercellese, piegando la loro ostinata resistenza e trasformando il Piemonte in un dominio romano. La civiltà di Roma fu “imposta” dalla forza bruta delle armi: se molti nostri avi si piegarono al duro giogo romano ed accettarono di collaborare con gl’invasori, molti altri si rivelarono invece irriducibili avversari del potere di Roma, si dettero alla macchia e condussero una logorante guerriglia contro le odiate truppe di occupazione. Quando, nel 218 a.C., il cartaginese Annibale valicò le Alpi e, scendendo in Piemonte, portò la guerra nel cuore stesso della potenza di Roma repubblicana, e cioè in Italia, migliaia di galli e di celti del Piemonte si unirono alle armate del condottiero punico, visto come un liberatore dei popoli italici dal duro dominio di Roma. Ma si trattava solo di un sogno… Dopo aver sconfitto più volte i Romani, Annibale decise di non attaccare l’Urbe e fece ritorno in patria. Pochi anni dopo Cartagine fu distrutta dai Romani e il prode cartaginese, fuggito in Bitinia, si avvelenò pur di non cadere vivo nelle mani dei suoi tanto avversati nemici. Sotto i Romani il Piemonte, a parte la parentesi dell’impresa di Annibale, godette di lunghi secoli di pace e di prosperità. Città come Torino, Asti, Alba, Susa, Ivrea, Vercelli (solo per citarne alcune) vennero tutte fondate in epoca romana. Ma con la fine della Repubblica e l’instaurazione dell’Impero, la potenza di Roma si avviò lentamente verso la ineluttabile decadenza, e il Piemonte, piccola provincia italica, la seguì nel suo tragico destino. Nel 406 d.C. si ebbe la prima terribile invasione barbarica: le orde dei Burgundi calarono sulla Savoia e sul Piemonte settentrionale, mettendo a ferro e fuoco tutto ciò che incontrarono sul loro cammino. Poi, nel 410 d.C., Alarico e i suoi Visigoti invasero l’Italia da Est. Scesero sino a Roma e la saccheggiarono. Quindi, risalirono la penisola da Ovest, dilagarono in Piemonte devastando l’intera regione e poi, attraversata la Gallia meridionale, giunsero in Iberia, dove si stanziarono. Ma quelle dei Burgundi e dei Visigoti, con tutto il loro tragico corteo di orrori che le caratterizzò, furono soltanto le prime di una lunga serie di devastazioni che si susseguirono drammaticamente nei decenni successivi… Dopo il secondo saccheggio di Roma, avvenuto ad opera di Genserico e dei suoi Vandali nel 455, l’erulo Odoacre, generale barbaro delle truppe di Roma, depose l’ultimo imperatore romano, l’inetto ed insulso Romolo Augustolo. Era il 476 d.C.. Il Piemonte settentrionale era saldamente in mano ai feroci Burgundi, mentre quello meridionale passò dapprima sotto il controllo di Odoacre, poi, quando il re degli Ostrogoti, Teodorico, invase l’Italia nel 493, giacque sotto il dominio di questi barbari ariani sino al 553, anno in cui ebbe termine la lunghissima guerra tra Goti e Bizantini voluta dall’imperatore Giustiniano. Così, l’Italia e il Piemonte finirono sotto il dominio dei Greci d’Oriente. Se sotto la tirannìa gota le popolazioni del Piemonte ebbero a soffrire per le continue guerre e perché sottomesse a dominatori feroci e brutali, rozzi nell’applicazione delle loro barbare leggi e spietati nel reprimere ogni anelito di ribellione, sotto il giogo dei Bizantini la situazione peggiorò ulteriormente… Il rapace fiscalismo dei Greci suscitò numerose sommosse tra gli abitanti dei villaggi della nostra regione: in Val di Susa, nella pianura del vercellese, nella stessa Torino scoppiarono sanguinose rivolte contro i Bizantini, i quali le soffocarono crudelmente. Ma il dominio bizantino in Italia non durò a lungo: nel 568 Alboino, re dei Longobardi, invase la penisola, sconfiggendo le truppe di Bisanzio e conquistando una città dopo l’altra. Anche il Piemonte conobbe ben presto gli orrori dell’invasione longobarda: Torino e Susa furono espugnate dopo lunghi assedi, villaggi e campagne furono devastati, numerose furono le stragi ed altrettanto alto fu il numero dei nostri antichi antenati che vennero ridotti in schiavitù. Sembrava che una misteriosa maledizione si fosse abbattuta sull’Italia e sul nostro Piemonte… Il giogo dei Longobardi, inizialmente, fu durissimo, truce, spietato, poi, man mano che gl’invasori andavano civilizzandosi, scemò di brutalità, anche se era chiaro che i Longobardi restavano i padroni mentre i nativi non erano altro che umili schiavi. La suddivisione sociale longobarda tra arimanni (uomini liberi e guerrieri), aldi (contadini semiliberi, che però non potevano allontanarsi dalla terra che coltivavano) e schiavi (legati ai voleri e ai capricci dei loro padroni), fu applicata anche in Piemonte, terra che venne sottoposta all’autorità del Duca di Torino. Ma fu proprio durante il dominio longobardo che il nostro Piemonte iniziò ad essere una terra contesa per la sua ambita posizione geografica. Nella vicina Gallia si era frattanto consolidato il Regno dei Franchi, da cui fu dato al paese l’attuale nome di Francia. Il controllo dei valichi alpini e il possesso del Piemonte (dopo quello della Savoia già sottratto ai Burgundi) divennero essenziali per i Franchi, onde garantire la sicurezza del loro regno anche ad Occidente. Intervenendo continuamente in difesa della Chiesa di Roma nelle aspre contese tra questa e il Regno longobardo, i Franchi trovarono il pretesto per agire militarmente contro i loro rivali. Nel 774, alla testa di un numeroso esercito, il re franco Carlo Magno, scendendo attraverso i valichi alpini, raggiunse la Chiuse di Susa, dove sbaragliò la resistenza longobarda e dilagò nella Pianura Padana, conquistando nell’estate dello stesso anno anche Pavia, capitale del Regno longobardo, e catturando il re Desiderio. Con il crollo del Regno longobardo, il Piemonte, come gran parte dell’Italia settentrionale, finì dunque nelle mani dei Franchi, i quali non furono certo dominatori più generosi e meno spietati dei Longobardi, anche se il loro duro governo militare riuscì a garantire alla regione una certa sicurezza dal pericolo di nuove invasioni. Ma nel corso dell’XI° secolo, ecco che il Piemonte divenne teatro di nuove sanguinose scorribande da parte di altri feroci invasori, caratterizzate però, questa volta, più da bramosie di devastazione e di saccheggio che non da veri e propri progetti di conquista e di dominio. Mi riferisco alle scorribande dei Saraceni e degli Ungari. I primi, musulmani, risalirono il Po con barche e piccoli vascelli, mettendo a ferro e fuoco città e villaggi, e pare che siano giunti a saccheggiare anche paesi della nostra zona, come Villafranca, e che si siano spinti sino all’imbocco della Val Chisone, razziando i territori degli attuali comuni di Porte e San Germano. Altri saraceni compirono razzie nel Piemonte meridionale, provenendo dalla Provenza e dalla Liguria. Più nebulose e leggendarie sono le scorrerie degli Ungari, una popolazione di origine mongolia che, dopo essersi stanziata in Pannonia (l’attuale Ungheria) compì saccheggi e razzie in tutta l’Italia del Nord, giungendo sino ai piedi delle Alpi piemontesi e lasciandosi dietro una tragica scia di stragi, di incendi e di devastazioni, persino nei territori degli odierni comuni di None, Cumiana, e Paesana. Una storia estremamente tormentata, dunque, quella del nostro antico Piemonte. Una storia di invasioni straniere, di domìni di barbari guerrieri, di atrocità e di distruzioni, di saccheggi e di crudeltà che segnarono profondamente le dure e misere esistenze dei nostri avi. Ma noi contemporanei abbiamo il compito di divulgare e di rendere note ai più le tragiche vicende di quei secoli bui, affinché ogni piemontese sappia, conosca, ricordi da quante stragi e da quanta terribile violenza è stata contrassegnata la storia antica della nostra regione, di questa nostra “terra ai piedi dei monti” che, nel corso dei secoli, ha sempre suscitato tanta bramosia da parte di re, invasori e conquistatori provenienti da ogni angolo d’Europa.

martedì 13 maggio 2014

L'Italia che lotta Messaggio da parte dei bamboccioni e degli schizzinosi


Si parla spesso di meritocrazia. Tutti i politici italiani durante le loro campagne elettorali ne parlano e la promettono ai giovani più meritevoli (!!). Ma si tratta solo di demagogia, di vane promesse per ottenere voti. Ormai è evidente da tempo. Tali amare considerazioni sono motivate da una situazione lavorativa italiana caotica e da milioni di precari (che secondo una ricerca della CGIA di Mestre sono quasi 4 milioni…) Molti nostri giovani sono laureati: alcuni, però, consegnano le pizze a domicilio, altri fanno i dog sitter e altri vivono ancora con mamma e papà. Questi ultimi, non riuscendo a essere autosufficienti e non trovando lavoro nemmeno a pulire le latrine, vengono ingiustamente definiti dalle “alte sfere” del sistema politico italiano "bamboccioni" o in alternativa "schizzinosi" (choosy). All’estremo opposto, se prestiamo attenzione alla situazione intorno a noi, sempre di più vediamo casi in cui figli di alti papaveri, senza avere titoli di studio adeguati o corsi di specializzazione, né esperienza, rivestono ruoli professionali importanti e ricevono incarichi lautamente retribuiti (basti pensare al recente scandalo di “Parentopoli” che ha scosso il comune di Torino). Questa magia tale per cui i somari hanno le porte spalancate e i giovani laureati meritevoli no, si spiega così. Se hai un cognome noto alle spalle, i cancelli si aprono anche se sei un “asino vivente”. Se invece fai parte della categoria "sconosciuti o anonimi" le porte sono blindate e certi accessi sono vietati. Sono mille le scuse che ti senti dire: non sei preparato abbastanza, non hai il master, non hai esperienza, non hai il diploma di laurea giusto, etc etc. Allora un po' ti disperi e inizi a studiare, studiare e ancora studiare. Alla fine ti senti dire che i titoli e i corsi di specializzazione non sono così essenziali e che ci sono persone che pur non avendo studiato tanto, sono migliori di quelle che hanno trascorso una vita a prepararsi. Complimenti. Complimenti a tutti coloro che fanno queste affermazioni. Sono geniali perché le modificano in base alla necessità del momento. Per rendere ancora più chiara la mia polemica e il fatto che il sistema italiano si stia prendendo gioco dei giovani e di tutte quelle persone che ogni giorno si arrovellano il cervello per sopravvivere e sbarcare il lunario, vi sottopongo l'ennesimo esempio di cambiamento delle regole a proprio piacimento da parte di coloro che gestiscono il nostro paese. In questi giorni non si parla d'altro che del “mega concorsone” per reclutare nuovi docenti da inserire nelle scuole pubbliche. Ma facciamo un passo indietro. Nel 2006 venne bandito un corso abilitante sempre per reclutare nuovi insegnanti. Coloro che avevano 365 giorni di supplenze alle spalle potevano considerarsi fortunati e frequentare il suddetto corso. Chi non aveva questo requisito non poteva accedere o meglio poteva, se dimostrava di essere laureato in scienze della formazione primaria o in qualche modo di essere prossimo alla laurea. Venne così stabilito che il diploma di laurea in scienze della formazione primaria abilitava all'insegnamento ed era requisito necessario per poter partecipare ai concorsi di reclutamento docenti per la scuola dell'infanzia e per la scuola primaria. Ebbene, da allora sono trascorsi sei anni e sempre nell'ottica di “venire incontro” ai giovani, il concorsone bandito in questi giorni dice che tutti coloro che hanno iniziato le scuole superiori entro l'anno 1997/1998 e conseguito entro l'anno 2001/2002 un diploma di maturità magistrale quadriennale o quinquennale, possono partecipare al suddetto concorso. Ma i “soloni” del Ministero della Pubblica Istruzione non avevano stabilito che solo i laureati in scienze della formazione primaria potevano partecipare ai futuri concorsi in quanto tale corso abilitava all'insegnamento? Non avevano anche detto che bisognava almeno essere laureati per insegnare alla scuola materna e a quella elementare? All'epoca avevano anche affermato che chi voleva insegnare alle superiori avrebbe dovuto prendere l'abilitazione al Siss. E ora? Tutte queste lauree e tutti questi corsi di alta specializzazione di fronte al nuovo concorso vengono resi vani e, in modo alquanto beffardo, valutati con i seguenti criteri. La laurea presa con il massimo dei voti (110 su 110) vale due punti rispetto a chi non c'è l'ha, l'abilitazione al Siss, diploma post laurea, vale 1,5 punti, la laurea triennale vale 1,5 punti come l'abilitazione presa al Siss, peccato che il Siss sia una scuola di alta formazione post laurea. Il dottorato di ricerca vale 3 punti, l'abilitazione all'esercizio di una professione vale 1 punto, ogni articolo pubblicato vale 0,20 punti. In sintesi tutti coloro che non sono entrati di ruolo, ma si sono laureati in scienze della formazione primaria o hanno preso una laurea quadriennale e successivamente frequentato il Siss, si trovano insieme ad altri privi di titoli di abilitazione a fare il medesimo concorso. Evviva, evviva tutti i nostri politici! Non aggiungo altro...a voi lettori le conclusioni! Anna Turletti

mercoledì 30 aprile 2014

Tanto è così dappertutto


Nonostante ciò che ho imparato a scuola ho recentemente scoperto che un assegno circolare emesso da una banca in favore di un proprio correntista impiega 5 giorni ad essere monetizzato nel suo conto. Gli assegni normali, a debito, vengono immediatamente pagati a qualunque sconosciuto si presenta allo sportello. L’obiettivo di questo stranissimo comportamento sta nel fatto che l’obiettivo di una banca è quello di vendere soldi e quindi trova vantaggioso mettere i propri correntisti in una situazione debitoria. In fin dei conti si tratta di un altro modo di fare dei prestiti ribaltando il rapporto con il titolare del conto. Non solo le banche pagano ai correntisti un interesse molto più basso delle commissioni e delle spese che servono per il mantenimento dello stesso ma addirittura cercano di costringere i propri clienti a prendere in prestito del denaro di cui non hanno bisogno. Disgustato per la scorrettezza dimostrata dalla mia banca ho deciso di rivolgermi ad un concorrente e gli amici e gli operatori del settore, quasi fossero stati un esperto coro di voci bianche, mi hanno consigliato di lasciar perdere perché “tanto è così dappertutto”.
La città dove risiedo non è certo famosa per tornado, trombe d’aria, uragani, eppure mi capita spesso che basta la presenza di una nuvola in cielo perché venga interrotto il servizio telefonico di un importante gestore nazionale. Secondo contratto (stipulato telefonicamente e quindi…) i tecnici hanno un massimo di 4 giorni lavorativi per risolvere il mio problema. Non avendo stipulato un contratto Business (in questo caso, almeno a parole, si garantisce una maggiore rapidità) rimango senza possibilità di collegamento alla rete, senza possibilità di effettuare o ricevere telefonate, di vedere i canali televisivi che necessitano di decoder per diversi giorni. Il limite massimo, ovviamente, diventa la prassi e non un evento straordinario. Seccato per la scorrettezza della società che pago perché mi fornisca il servizio di cui ho bisogno ho paventato l’ipotesi di cambiare gestore. Ancora una volta il coretto vox populi è stato lo stesso: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Ho vinto una causa civile ed ho diritto ad un risarcimento danni ma la ditta soccombente non paga e nella mia stessa situazione ci sono tantissimi altri connazionali. Il titolare della società in questione è la massima figura istituzionale del CNA regionale. Quest’uomo perora la causa di tante ditte artigiane che in questa crisi rischiano di scomparire perché le banche non agevolano sufficientemente il credito. La banca che ha la maggiore esposizione nei suoi confronti è “la mia banca”. Si potrebbe tranquillamente affermare che, con il mio lavoro, sto prestando soldi a chi non me li restituirà mai. Quando ne parlo con qualcuno mi sento ripetere la solita solfa: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Leggo il giornale e il mio umore non migliora. Gli articoli che scorrono davanti ai miei occhi mi mostrano una società scorretta, ipocrita e castista. Arrivo fino all’ultima pagina e mi accorgo che manca un’articolo. Mi riguarda. E’ quello in cui decido di non pagare le tasse e decido di smetterla di comportarmi con senso di responsabilità, con correttezza, onestà e civiltà. Il motivo? “Tanto è così dappertutto”.