sabato 28 marzo 2015

(Exit) Poll Fiction

Una recente tendenza della politica nostrana è quella di anticipare una notizia economica allo scopo di guadagnare punti nei sondaggi o credibilità nei mercati. Come se non bastassero i danni che i “rapporti trimestrali” fanno alle aziende e all'azionariato, ecco che il sistema si rinnova aumentando gli strumenti a disposizione. Se il mercato mondiale fosse uno smartphone si potrebbe affermare che si è arricchito di una nuova app: la (Exit) Poll Fiction. Il meccanismo è semplicissimo. Pur di anticipare dei risultati positivi da sbattere in prima pagina e da portare trionfalmente in televisione, si è inventata la pre-notizia, il pre-annuncio, il pre-dato. Così, con abilità di consumati prestigiatori, i mezzi di informazione hanno diffuso ipotesi e congetture, idee e presupposti, che fino a ieri erano di dominio di chi giocava d'azzardo con la finanza. Oggi, la paternità di questo movimento di fiches è (anche) dell'Esecutivo. Confusi e sorpresi leggiamo e ascoltiamo notizie che ci illuminano sul futuro in questo modo: “Dopo i dati preliminari diffusi a metà marzo dal presidente dell’Inps Tito Boeri”(Il fatto quotidiano, 27-3-15), “dalle stime Istat emerge come il tasso di disoccupazione a dicembre risulti in forte calo. Si parla del 12,9%” (Si24, 30-1-15), “Abbiamo attraversato una fase emergenziale di crisi economica. Ne siamo fuori? Credo di sì, perché segnali univoci vanno in quella direzione” (Renzi su Il messaggero, 17-3-15), “Il Pil italiano crescerà dell'1,1% nel 2015 e dell'1,4% nel 2016. Lo rende noto il direttore dell'ufficio studi di Confcommercio” (Tgcom24, 28-3-15). Fare una previsione (spacciandola per dato di fatto), parzializzare un'analisi statistica, dare un'interpretazione emotiva a formule matematiche, sono esempi di pura manipolazione. Di per sé, non è cosa sbagliata a meno che non lo sia il motivo per il quale viene fatta. Su questo tema intendo giudicare l'operato dell'Esecutivo, della politica italiana e degli analisti. Se questa frenesia ed imprecisione servirà a convincere gli stranieri ad investire ed a credere nell'Italia e nei suoi abitanti allora penso che questo comportamento sia giustificabile e degno di indulgenza. Nel caso gli obiettivi fossero differenti, invece...

lunedì 16 marzo 2015

Non è un Paese per onesti

Che l'Italia non sia propriamente un Paese dove la Giustizia regni sovrana è cosa risaputa. Del resto, la Criminalità Organizzata ha un sistema ben radicato sul territorio ed influenza la politica, l'economia e la società avendo abbattuto gli storici confini regionali. Sull'argomento, voglio invitare alla riflessione. Ci si è mai chiesto che cos'è il “carcere duro”? Nato nel 1977, con l'obiettivo di contrastare il terrorismo brigatista di quegli anni, è stato esteso ai mafiosi e rinnovato nel 1992 dopo la strage di Capaci e di Via D'Amelio. Prevede il massimo isolamento, stretta sorveglianza, colloqui limitati, contatti con l’esterno rigidi controllati (una telefonata al mese, riservata esclusivamente ai familiari più stretti i quali, per essere contattati, devono recarsi di persona presso il carcere della propria città per ricevere la telefonata), alimenti e oggetti personali in limitata quantità. Ad oggi, dunque, il 41 bis si applica per: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza; delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso; delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'associazione mafiosa ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose; delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope; delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù; delitto di chi, utilizzando minori degli anni diciotto, realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico ovvero induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche e chi fa commercio del materiale pornografico predetto; delitto di tratta di persone; delitto di acquisto e alienazione di schiavi; delitto di violenza sessuale di gruppo; delitto di chi induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione; delitto di sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione; delitto di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Le carceri dove è possibile trovare detenuti in tale regime penitenziario sono 12 e cioè: Cuneo, L’Aquila, Marino del Tronto (AP), Novara, Parma, Pisa, Rebibbia (Roma), Secondigliano, Spoleto, Terni, Tolmezzo (Ud), Viterbo. In pratica, nonostante la nomea di “carcere duro”, il 41 bis altro non è che quello che all'estero viene semplicemente chiamato incarcerazione in “cella di isolamento”. A mio modesto modo di vedere, sarebbe auspicabile prevedere l'allargamento di tale pena anche per chi commette altri reati. Io credo che le nostre Forze dell'Ordine (che ritengo siano sottopagate per i rischi che corrono) debbano ricevere delle maggiori tutele. A questo proposito, coloro che si macchiano di reati che coinvolgono dei nostri agenti meritano il “raddoppio della pena”. Allo stesso modo, per proteggere ulteriormente l'onorabilità delle Forze dell'Ordine stesse, quegli agenti che vengono condannati per dei reati dovrebbero ricevere lo stesso trattamento. Lo Stato sembra essere impotente quando prova a combattere la Mafia silente, quella mercatista, quella che appare perbene e che ti vende beni e servizi a prezzi molto concorrenziali e uccide l'imprenditoria onesta che non può sostenere il confronto avendo meno disponibilità di mezzi. Ebbene, nonostante il redditometro ed altre diavolerie del Fisco nessuno pensa di vietare per Legge il sottocosto o indaga sui prezzi estremamente bassi praticati da questo tipo di attività commerciali. E sempre per parlare di Mafia, molti storceranno il naso nel sapere che, mentre per un individuo onesto che non riesce a pagare i propri debiti con le banche o Equitalia, subisce il pignoramento e la vendita dei propri beni, la Giustizia italiana non è altrettanto celere con la Malavita Organizzata. I beni sottratti ai mafiosi, infatti, possono essere espropriati solamente dopo il 3° grado di giudizio e a quel punto, per lo Stato, sono una spesa anziché un introito. Un'altra incongruenza giuridica tutta da rivedere è legata alla corruttela. Se un imprenditore denuncia il mafioso al quale ha pagato una tangente le nostre Leggi lo premiano. Se un cittadino denuncia un pubblico ufficiale al quale ha pagato una tangente può essere condannato sino a 3 anni di galera. Viene da sé che questo disincentivo limita fortemente la lotta alla corruzione. Ma come detto, l'Italia non è un Paese per onesti...

giovedì 19 febbraio 2015

Todos somos Mourinho


Il titolo, ovviamente provocatorio trattandosi di un articolo scritto da un fervente milanista, è quanto di meglio potesse suggerirmi il mio estro per sintetizzare (oltre al denaro) cosa manca in questo momento al nostro Paese per migliorare società civile ed economia. Calcisticamente parlando, José Mourinho è universalmente riconosciuto come il più famoso degli allenatori-MOTIVATORI. Se proviamo a rifletterci un po' su possiamo immaginare cosa potrebbe essere la nostra società se ci fosse un José Mourinho in ogni posto chiave. Pensiamo a cosa sarebbe l'Italia se il Presidente della Repubblica fosse un motivatore. Il primo degli italiani, con un carattere ed un carisma alla Pertini, potrebbe stimolare una classe politica tra le peggiori della nostra storia a rendere al 100%, a gettare il cuore oltre l'ostacolo, “a trasmettere la vittoria in campo”. Se il Presidente del Consiglio fosse uomo in grado di spronare il suo Governo e a donargli tensione positiva e concentrazione riuscirebbe a centrare i risultati con velocità, efficacia ma anche senso di Giustizia in modo da conquistare gli italiani senza bisogno di manipolarne il consenso. Questa rivoluzione potrebbe andare oltre. Potremmo trovare motivatori nelle aziende, nelle scuole, nelle famiglie, nell'arte. Sarebbe fantastica un'Italia piena di Mourinho e se a scriverlo è un milanista DOC potete davvero crederci.

giovedì 9 ottobre 2014

RAUS-TERITY

Austerity è un termine che sta ad indicare un certo periodo della Storia del secolo scorso e precisamente il biennio che va dal 1973 al 1974. Molti Paesi europei a fronte di seri problemi economico-politici di tipo internazionale decisero di fronteggiare una crisi con un drastico e voluto contenimento del consumo di energia. Oggi, ciò che successe allora, lo chiameremmo un primo tentativo di applicare in maniera forzata la “decrescita felice”. Alla radice di tutto questo sconvolgimento ci fu lo choc petrolifero del 1973 sostanzialmente causato da almeno 3 fattori: -l'aumento non previsto dei costi di trasporto del greggio dovuto alla chiusura del Canale di Suez. Le guerre arabo-israeliane, succedutesi tra il 1967 ed il 1973, avevano reso impraticabile il passaggio e le petroliere dovevano circumnavigare il continente africano aumentando i tempi di consegna, i costi di navigazione e conseguentemente il prezzo alla consegna; -l'aumento degli esborsi per le licenze versate ai paesi mediorientali che detenevano i pozzi petroliferi (il prezzo del greggio passò dai 3 dollari al barile fino a raggiungere il tetto degli 11,65); -l'embargo nella vendita di greggio che i Paesi dell'OPEC avevano istituito nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti contestando l'alleanza e l'appoggio economico militare che questi fornivano allo Stato di Israele dopo l'attacco del 6 ottobre del 1973, episodio meglio noto come la Guerra dello Yom Kippur o Ramadan d'ottobre, e la conseguente sconfitta delle forze egiziane e siriane sancita dalla risoluzione ONU del 22/9. Oggi il termine austerità non evoca più gli spettri di un tempo ma sta ugualmente ad indicare un tipo di politica economica restrittiva e depressiva densa di tagli della spesa pubblica e aumento generalizzato delle imposte volti comunque a raggiungere il pareggio di bilancio. Tale misura economica, quindi, non si propone lo scopo di razionalizzare le risorse del pianeta per rendere migliore la vita e la socialità dei cittadini ma unicamente quella di coprir e un debito che cresce a dismisura come nella leggenda dell’indiano che, invitato dal re di Persia a chiedere un premio per la sua invenzione degli scacchi, chiese tanti chicchi di grano quanti risultavano dal due moltiplicato tante volte quanti erano gli scacchi. Ne venne fuori un numero di 20 cifre. Chiamiamola dunque Austerity o Austerità la conclusione è sempre la stessa: si tratta di una misura distruttiva, antisociale e antidemocratica. Capitalista, insomma...

martedì 1 luglio 2014

MEMORIE DELL’ANTICO PIEMONTE


Una cavalcata storica attraverso i secoli più bui delle terre piemontesi
Nel corso dei secoli il Piemonte è stata una terra di passaggio e di conquista per molti eserciti stranieri e per molti popoli invasori. Una terra di frontiera come la nostra, punto-chiave di passaggio per il valico delle Alpi e per l’accesso nella Pianura del Po, non poteva non suscitare bramosìe nei cuori di quei condottieri che per secoli si contesero il dominio della nostra penisola. Abitata sin dagli albori della sua storia da tribù gallico-celtiche i cui antichi nomi ancor oggi stanno alla radice di quelli di tante odierne città e paesi, la “terra ai piedi dei monti” fu poi invasa e conquistata dalle invincibili legioni di Roma. I nostri antenati Taurini, Salassi, Masselli, Vagienni, Caburri, insieme a moltissimi altri, si difesero valorosamente, combattendo con indomito ardore contro le legioni romane. Invocando divinità terribili come Lug e Samhain, correvano incontro ai legionari invasori agitando poderose scuri e lunghe spade dalla lama piatta, e con tali micidiali armi riuscirono anche ad infliggere dolorose perdite ai conquistatori… Ma nonostante tutto il loro valore e tutto il loro eroismo vennero sconfitti! I legionari di Roma vinsero, schiacciarono i nostri antichi antenati sui campi di battaglia ai piedi del Monviso e nelle pianure del vercellese, piegando la loro ostinata resistenza e trasformando il Piemonte in un dominio romano. La civiltà di Roma fu “imposta” dalla forza bruta delle armi: se molti nostri avi si piegarono al duro giogo romano ed accettarono di collaborare con gl’invasori, molti altri si rivelarono invece irriducibili avversari del potere di Roma, si dettero alla macchia e condussero una logorante guerriglia contro le odiate truppe di occupazione. Quando, nel 218 a.C., il cartaginese Annibale valicò le Alpi e, scendendo in Piemonte, portò la guerra nel cuore stesso della potenza di Roma repubblicana, e cioè in Italia, migliaia di galli e di celti del Piemonte si unirono alle armate del condottiero punico, visto come un liberatore dei popoli italici dal duro dominio di Roma. Ma si trattava solo di un sogno… Dopo aver sconfitto più volte i Romani, Annibale decise di non attaccare l’Urbe e fece ritorno in patria. Pochi anni dopo Cartagine fu distrutta dai Romani e il prode cartaginese, fuggito in Bitinia, si avvelenò pur di non cadere vivo nelle mani dei suoi tanto avversati nemici. Sotto i Romani il Piemonte, a parte la parentesi dell’impresa di Annibale, godette di lunghi secoli di pace e di prosperità. Città come Torino, Asti, Alba, Susa, Ivrea, Vercelli (solo per citarne alcune) vennero tutte fondate in epoca romana. Ma con la fine della Repubblica e l’instaurazione dell’Impero, la potenza di Roma si avviò lentamente verso la ineluttabile decadenza, e il Piemonte, piccola provincia italica, la seguì nel suo tragico destino. Nel 406 d.C. si ebbe la prima terribile invasione barbarica: le orde dei Burgundi calarono sulla Savoia e sul Piemonte settentrionale, mettendo a ferro e fuoco tutto ciò che incontrarono sul loro cammino. Poi, nel 410 d.C., Alarico e i suoi Visigoti invasero l’Italia da Est. Scesero sino a Roma e la saccheggiarono. Quindi, risalirono la penisola da Ovest, dilagarono in Piemonte devastando l’intera regione e poi, attraversata la Gallia meridionale, giunsero in Iberia, dove si stanziarono. Ma quelle dei Burgundi e dei Visigoti, con tutto il loro tragico corteo di orrori che le caratterizzò, furono soltanto le prime di una lunga serie di devastazioni che si susseguirono drammaticamente nei decenni successivi… Dopo il secondo saccheggio di Roma, avvenuto ad opera di Genserico e dei suoi Vandali nel 455, l’erulo Odoacre, generale barbaro delle truppe di Roma, depose l’ultimo imperatore romano, l’inetto ed insulso Romolo Augustolo. Era il 476 d.C.. Il Piemonte settentrionale era saldamente in mano ai feroci Burgundi, mentre quello meridionale passò dapprima sotto il controllo di Odoacre, poi, quando il re degli Ostrogoti, Teodorico, invase l’Italia nel 493, giacque sotto il dominio di questi barbari ariani sino al 553, anno in cui ebbe termine la lunghissima guerra tra Goti e Bizantini voluta dall’imperatore Giustiniano. Così, l’Italia e il Piemonte finirono sotto il dominio dei Greci d’Oriente. Se sotto la tirannìa gota le popolazioni del Piemonte ebbero a soffrire per le continue guerre e perché sottomesse a dominatori feroci e brutali, rozzi nell’applicazione delle loro barbare leggi e spietati nel reprimere ogni anelito di ribellione, sotto il giogo dei Bizantini la situazione peggiorò ulteriormente… Il rapace fiscalismo dei Greci suscitò numerose sommosse tra gli abitanti dei villaggi della nostra regione: in Val di Susa, nella pianura del vercellese, nella stessa Torino scoppiarono sanguinose rivolte contro i Bizantini, i quali le soffocarono crudelmente. Ma il dominio bizantino in Italia non durò a lungo: nel 568 Alboino, re dei Longobardi, invase la penisola, sconfiggendo le truppe di Bisanzio e conquistando una città dopo l’altra. Anche il Piemonte conobbe ben presto gli orrori dell’invasione longobarda: Torino e Susa furono espugnate dopo lunghi assedi, villaggi e campagne furono devastati, numerose furono le stragi ed altrettanto alto fu il numero dei nostri antichi antenati che vennero ridotti in schiavitù. Sembrava che una misteriosa maledizione si fosse abbattuta sull’Italia e sul nostro Piemonte… Il giogo dei Longobardi, inizialmente, fu durissimo, truce, spietato, poi, man mano che gl’invasori andavano civilizzandosi, scemò di brutalità, anche se era chiaro che i Longobardi restavano i padroni mentre i nativi non erano altro che umili schiavi. La suddivisione sociale longobarda tra arimanni (uomini liberi e guerrieri), aldi (contadini semiliberi, che però non potevano allontanarsi dalla terra che coltivavano) e schiavi (legati ai voleri e ai capricci dei loro padroni), fu applicata anche in Piemonte, terra che venne sottoposta all’autorità del Duca di Torino. Ma fu proprio durante il dominio longobardo che il nostro Piemonte iniziò ad essere una terra contesa per la sua ambita posizione geografica. Nella vicina Gallia si era frattanto consolidato il Regno dei Franchi, da cui fu dato al paese l’attuale nome di Francia. Il controllo dei valichi alpini e il possesso del Piemonte (dopo quello della Savoia già sottratto ai Burgundi) divennero essenziali per i Franchi, onde garantire la sicurezza del loro regno anche ad Occidente. Intervenendo continuamente in difesa della Chiesa di Roma nelle aspre contese tra questa e il Regno longobardo, i Franchi trovarono il pretesto per agire militarmente contro i loro rivali. Nel 774, alla testa di un numeroso esercito, il re franco Carlo Magno, scendendo attraverso i valichi alpini, raggiunse la Chiuse di Susa, dove sbaragliò la resistenza longobarda e dilagò nella Pianura Padana, conquistando nell’estate dello stesso anno anche Pavia, capitale del Regno longobardo, e catturando il re Desiderio. Con il crollo del Regno longobardo, il Piemonte, come gran parte dell’Italia settentrionale, finì dunque nelle mani dei Franchi, i quali non furono certo dominatori più generosi e meno spietati dei Longobardi, anche se il loro duro governo militare riuscì a garantire alla regione una certa sicurezza dal pericolo di nuove invasioni. Ma nel corso dell’XI° secolo, ecco che il Piemonte divenne teatro di nuove sanguinose scorribande da parte di altri feroci invasori, caratterizzate però, questa volta, più da bramosie di devastazione e di saccheggio che non da veri e propri progetti di conquista e di dominio. Mi riferisco alle scorribande dei Saraceni e degli Ungari. I primi, musulmani, risalirono il Po con barche e piccoli vascelli, mettendo a ferro e fuoco città e villaggi, e pare che siano giunti a saccheggiare anche paesi della nostra zona, come Villafranca, e che si siano spinti sino all’imbocco della Val Chisone, razziando i territori degli attuali comuni di Porte e San Germano. Altri saraceni compirono razzie nel Piemonte meridionale, provenendo dalla Provenza e dalla Liguria. Più nebulose e leggendarie sono le scorrerie degli Ungari, una popolazione di origine mongolia che, dopo essersi stanziata in Pannonia (l’attuale Ungheria) compì saccheggi e razzie in tutta l’Italia del Nord, giungendo sino ai piedi delle Alpi piemontesi e lasciandosi dietro una tragica scia di stragi, di incendi e di devastazioni, persino nei territori degli odierni comuni di None, Cumiana, e Paesana. Una storia estremamente tormentata, dunque, quella del nostro antico Piemonte. Una storia di invasioni straniere, di domìni di barbari guerrieri, di atrocità e di distruzioni, di saccheggi e di crudeltà che segnarono profondamente le dure e misere esistenze dei nostri avi. Ma noi contemporanei abbiamo il compito di divulgare e di rendere note ai più le tragiche vicende di quei secoli bui, affinché ogni piemontese sappia, conosca, ricordi da quante stragi e da quanta terribile violenza è stata contrassegnata la storia antica della nostra regione, di questa nostra “terra ai piedi dei monti” che, nel corso dei secoli, ha sempre suscitato tanta bramosia da parte di re, invasori e conquistatori provenienti da ogni angolo d’Europa.

martedì 13 maggio 2014

L'Italia che lotta Messaggio da parte dei bamboccioni e degli schizzinosi


Si parla spesso di meritocrazia. Tutti i politici italiani durante le loro campagne elettorali ne parlano e la promettono ai giovani più meritevoli (!!). Ma si tratta solo di demagogia, di vane promesse per ottenere voti. Ormai è evidente da tempo. Tali amare considerazioni sono motivate da una situazione lavorativa italiana caotica e da milioni di precari (che secondo una ricerca della CGIA di Mestre sono quasi 4 milioni…) Molti nostri giovani sono laureati: alcuni, però, consegnano le pizze a domicilio, altri fanno i dog sitter e altri vivono ancora con mamma e papà. Questi ultimi, non riuscendo a essere autosufficienti e non trovando lavoro nemmeno a pulire le latrine, vengono ingiustamente definiti dalle “alte sfere” del sistema politico italiano "bamboccioni" o in alternativa "schizzinosi" (choosy). All’estremo opposto, se prestiamo attenzione alla situazione intorno a noi, sempre di più vediamo casi in cui figli di alti papaveri, senza avere titoli di studio adeguati o corsi di specializzazione, né esperienza, rivestono ruoli professionali importanti e ricevono incarichi lautamente retribuiti (basti pensare al recente scandalo di “Parentopoli” che ha scosso il comune di Torino). Questa magia tale per cui i somari hanno le porte spalancate e i giovani laureati meritevoli no, si spiega così. Se hai un cognome noto alle spalle, i cancelli si aprono anche se sei un “asino vivente”. Se invece fai parte della categoria "sconosciuti o anonimi" le porte sono blindate e certi accessi sono vietati. Sono mille le scuse che ti senti dire: non sei preparato abbastanza, non hai il master, non hai esperienza, non hai il diploma di laurea giusto, etc etc. Allora un po' ti disperi e inizi a studiare, studiare e ancora studiare. Alla fine ti senti dire che i titoli e i corsi di specializzazione non sono così essenziali e che ci sono persone che pur non avendo studiato tanto, sono migliori di quelle che hanno trascorso una vita a prepararsi. Complimenti. Complimenti a tutti coloro che fanno queste affermazioni. Sono geniali perché le modificano in base alla necessità del momento. Per rendere ancora più chiara la mia polemica e il fatto che il sistema italiano si stia prendendo gioco dei giovani e di tutte quelle persone che ogni giorno si arrovellano il cervello per sopravvivere e sbarcare il lunario, vi sottopongo l'ennesimo esempio di cambiamento delle regole a proprio piacimento da parte di coloro che gestiscono il nostro paese. In questi giorni non si parla d'altro che del “mega concorsone” per reclutare nuovi docenti da inserire nelle scuole pubbliche. Ma facciamo un passo indietro. Nel 2006 venne bandito un corso abilitante sempre per reclutare nuovi insegnanti. Coloro che avevano 365 giorni di supplenze alle spalle potevano considerarsi fortunati e frequentare il suddetto corso. Chi non aveva questo requisito non poteva accedere o meglio poteva, se dimostrava di essere laureato in scienze della formazione primaria o in qualche modo di essere prossimo alla laurea. Venne così stabilito che il diploma di laurea in scienze della formazione primaria abilitava all'insegnamento ed era requisito necessario per poter partecipare ai concorsi di reclutamento docenti per la scuola dell'infanzia e per la scuola primaria. Ebbene, da allora sono trascorsi sei anni e sempre nell'ottica di “venire incontro” ai giovani, il concorsone bandito in questi giorni dice che tutti coloro che hanno iniziato le scuole superiori entro l'anno 1997/1998 e conseguito entro l'anno 2001/2002 un diploma di maturità magistrale quadriennale o quinquennale, possono partecipare al suddetto concorso. Ma i “soloni” del Ministero della Pubblica Istruzione non avevano stabilito che solo i laureati in scienze della formazione primaria potevano partecipare ai futuri concorsi in quanto tale corso abilitava all'insegnamento? Non avevano anche detto che bisognava almeno essere laureati per insegnare alla scuola materna e a quella elementare? All'epoca avevano anche affermato che chi voleva insegnare alle superiori avrebbe dovuto prendere l'abilitazione al Siss. E ora? Tutte queste lauree e tutti questi corsi di alta specializzazione di fronte al nuovo concorso vengono resi vani e, in modo alquanto beffardo, valutati con i seguenti criteri. La laurea presa con il massimo dei voti (110 su 110) vale due punti rispetto a chi non c'è l'ha, l'abilitazione al Siss, diploma post laurea, vale 1,5 punti, la laurea triennale vale 1,5 punti come l'abilitazione presa al Siss, peccato che il Siss sia una scuola di alta formazione post laurea. Il dottorato di ricerca vale 3 punti, l'abilitazione all'esercizio di una professione vale 1 punto, ogni articolo pubblicato vale 0,20 punti. In sintesi tutti coloro che non sono entrati di ruolo, ma si sono laureati in scienze della formazione primaria o hanno preso una laurea quadriennale e successivamente frequentato il Siss, si trovano insieme ad altri privi di titoli di abilitazione a fare il medesimo concorso. Evviva, evviva tutti i nostri politici! Non aggiungo altro...a voi lettori le conclusioni! Anna Turletti

mercoledì 30 aprile 2014

Tanto è così dappertutto


Nonostante ciò che ho imparato a scuola ho recentemente scoperto che un assegno circolare emesso da una banca in favore di un proprio correntista impiega 5 giorni ad essere monetizzato nel suo conto. Gli assegni normali, a debito, vengono immediatamente pagati a qualunque sconosciuto si presenta allo sportello. L’obiettivo di questo stranissimo comportamento sta nel fatto che l’obiettivo di una banca è quello di vendere soldi e quindi trova vantaggioso mettere i propri correntisti in una situazione debitoria. In fin dei conti si tratta di un altro modo di fare dei prestiti ribaltando il rapporto con il titolare del conto. Non solo le banche pagano ai correntisti un interesse molto più basso delle commissioni e delle spese che servono per il mantenimento dello stesso ma addirittura cercano di costringere i propri clienti a prendere in prestito del denaro di cui non hanno bisogno. Disgustato per la scorrettezza dimostrata dalla mia banca ho deciso di rivolgermi ad un concorrente e gli amici e gli operatori del settore, quasi fossero stati un esperto coro di voci bianche, mi hanno consigliato di lasciar perdere perché “tanto è così dappertutto”.
La città dove risiedo non è certo famosa per tornado, trombe d’aria, uragani, eppure mi capita spesso che basta la presenza di una nuvola in cielo perché venga interrotto il servizio telefonico di un importante gestore nazionale. Secondo contratto (stipulato telefonicamente e quindi…) i tecnici hanno un massimo di 4 giorni lavorativi per risolvere il mio problema. Non avendo stipulato un contratto Business (in questo caso, almeno a parole, si garantisce una maggiore rapidità) rimango senza possibilità di collegamento alla rete, senza possibilità di effettuare o ricevere telefonate, di vedere i canali televisivi che necessitano di decoder per diversi giorni. Il limite massimo, ovviamente, diventa la prassi e non un evento straordinario. Seccato per la scorrettezza della società che pago perché mi fornisca il servizio di cui ho bisogno ho paventato l’ipotesi di cambiare gestore. Ancora una volta il coretto vox populi è stato lo stesso: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Ho vinto una causa civile ed ho diritto ad un risarcimento danni ma la ditta soccombente non paga e nella mia stessa situazione ci sono tantissimi altri connazionali. Il titolare della società in questione è la massima figura istituzionale del CNA regionale. Quest’uomo perora la causa di tante ditte artigiane che in questa crisi rischiano di scomparire perché le banche non agevolano sufficientemente il credito. La banca che ha la maggiore esposizione nei suoi confronti è “la mia banca”. Si potrebbe tranquillamente affermare che, con il mio lavoro, sto prestando soldi a chi non me li restituirà mai. Quando ne parlo con qualcuno mi sento ripetere la solita solfa: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Leggo il giornale e il mio umore non migliora. Gli articoli che scorrono davanti ai miei occhi mi mostrano una società scorretta, ipocrita e castista. Arrivo fino all’ultima pagina e mi accorgo che manca un’articolo. Mi riguarda. E’ quello in cui decido di non pagare le tasse e decido di smetterla di comportarmi con senso di responsabilità, con correttezza, onestà e civiltà. Il motivo? “Tanto è così dappertutto”.

Una Nato nel commercio

Solo una vasta protesta di massa in tutta Europa potrà sgominare questo nuovo Trattato (di Alex Zanotelli) “In questa campagna elettorale per il Parlamento europeo, riteniamo estremamente importante un serio dibattito, non solo in Italia, ma in tutti i ventotto paesi dell'Ue, sul Trattato di libero scambio fra gli Stati uniti e l'Unione europea, noto come Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti(T-Tip). Le trattative iniziate in tutta segretezza lo scorso luglio, a Washington, sono condotte da un pugno di esperti della Commissione europea e dal ministero del commercio Usa. In dicembre, sempre a Washington, c'è stato il terzo 'round' di negoziati. Nonostante la maretta dopo lo scandalo Datagate, i negoziati sembrano procedere a gran velocità: a marzo si terrà a Bruxelles il quarto round di negoziati. Questo Trattato creerà la più grande area mondiale di libero scambio fra due economie che rappresentano metà del Pil mondiale e un terzo dei flussi commerciali. Tutto questo con grande esultanza del mondo degli affari. "Il Trattato più importante del mondo", ha sentenziato 'Il Sole 24 ore' (26 ottobre 2013). Ma perché tanta euforia? Secondo il Commissario al Commercio Ue, Karel de Gucht, il Trattato offrirà all'Europa due milioni di posti di lavoro in più, 119 miliardi di euro di Pil, che equivale a 545 euro in più all'anno per ogni famiglia. Per di più, ci sarà un incremento del 28 per cento delle vendite di prodotti europei negli Stati uniti e dell'1 per cento del Pil. Sono molti a contestare la veridicità di questi dati, e a ridimensionarli. Ma ben pochi si chiedono quali saranno le conseguenze per l'Unione europea. Nessuna barriera ai mercanti "Il Trattato punta ad abbattere non tanto le tasse doganali tra Ue e Usa già basse, ma le cosiddette Barriere Non Tariffarie cioè i divieti di importazione e di tasse specifiche - scrive Monica De Sisto di Comune-info - che, anche grazie alle grandi battaglie contro la carne agli ormoni, il pollo lavato con il cloro, gli ftalati nei giocattoli, i residui dei pesticidi nel cibo, gli Ogm e così via, tengono lontane dal nostro mercato i prodotti non sicuri, tossici". Infatti con il T-Tip cadranno le tasse e le tariffe che hanno tenuto lontano questi prodotti. Il T-Tip avrà pesanti conseguenze sull'ambiente, lavoro e la stessa nostra democrazia. A livello ambientale, il Trattato incrementerà l'esportazione di combustibili fossili e gas estratti con il 'fracking' e permetterà alle multinazionali del petrolio di portare in tribunale i governi nazionali che introducessero regolamentazioni restrittive al riguardo, ma di fare anche ricorso contro legislazioni ambientali nazionali. Con la crisi ecologica in atto, tutto questo avrà conseguenze devastanti. Il Trattato avrà pesanti ricadute anche sul mondo del lavoro, aggirando le norme del diritto al lavoro e svuotando le normative per la protezione dei lavoratori. Ma sarà soprattutto la nostra stessa democrazia, già così debole, ad uscirne azzoppata. Il T-Tip è infatti un negoziato stipulato in totale segretezza senza la partecipazione attiva dei cittadini. (Né il Parlamento europeo né il Congresso Usa sono a conoscenza dei negoziati). È un vero e proprio colpo di Stato da parte dei poteri economico-finanziari che oggi governano il Pianeta. È la vittoria delle lobby (multinazionali e banche) che hanno a Bruxelles quindicimila agenti e tredicimila a Washington, stipendiati a fare pressione sulle istituzioni. "È un progetto politico - ha scritto Stefano Rodotà - ad asservire ancor più i lavoratori ai piani delle corporations, privatizzare il sistema sanitario e sopraffare qualsiasi autorità nazionale che volesse ostacolare il loro modo di agire". Il T-Tip guarda anche lontano, alla leadership mondiale. "Il Trattato potrebbe veicolare la strategia delle élites private della Ue e Usa - ha scritto Kim Bizzarri nell'opuscolo "T-Tip, un Trattato dell'Altro Mondo" (il quaderno di Attac è leggibile qui) - per condizionare le economie emergenti come i Brics e i Paesi dell'Asean e per conquistare la leadership internazionale su un ordine mondiale in cambiamento che minaccia l'egemonia Usa e Ue, ma anche per forzare il Sud del mondo verso un tipo di sviluppo dettato dagli interessi Ue e Usa". Non possiamo aspettare Come cittadini non possiamo accettare un tale mostro economico-finanziario che sarà pagato caro da miliardi di esseri umani, costretti a vivere tirando la cinghia. Per questo il T-Tip deve diventare soggetto di pubblico dibattito nelle prossime elezioni del Parlamento europeo, che si terranno a maggio. Lo stesso lo abbiamo chiesto per l'Accordo di Partenariato Economico (Epa), che la Ue vuole imporre ai paesi impoveriti (Africa, Caraibi e Pacifico-Acp). (Per firmare l'appello: "Fermate gli Epa"). Quando la finiremo con questi Fta (Accordi di libero commercio) che fioriscono ovunque, dal Nafta al Cafta? Espressioni evidenti del trionfo del mercato e delle sue leggi, che permettono a pochi di ammassare enormi ricchezze a spese dei molti: gli 85 uomini più ricchi al mondo hanno l'equivalente di tre miliardi e mezzo dei più poveri. "Tale squilbrio - ha scritto papa Francesco - procede da ideologie che difendono l'autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria. Perciò negano il diritto di controllo degli incaricati di vigilare per la tutela del bene comune". E per di più, la più grande area di libero scambio al mondo, creata dal T-Tip, sarà difesa da un apparato militare (la Nato e gli Usa), che ingoierà buona parte dei 1.700 miliardi di dollari che spendiamo per armi ogni anno nel mondo. Le armi servono a difendere il 20% del mondo ricco che si pappa il 90 per cento dei beni prodotti. Possiamo fermarli, come nel 1998 Solo una vasta protesta di massa in tutta Europa potrà sgominare questo nuovo Trattato. Nel 1998, con una grande protesta, noi europei siamo riusciti a sconfiggere il Mai (Accordo Multilaterale sugli Investimenti) che è quasi la copia del T-Tip. Abbiamo vinto dicendo Mai al Mai! Possiamo fare altrettanto con il T-Tip. Chiediamo a tutti, credenti e non, di aderire a questa importante campagna per fermare un Trattato Intrattabile (per maggiori informazioni in campo europeo, vedi s2bnetwork.org; per informazioni alla campagna italiana Stop T-Top, vedi anche questa pagina FB). Ma chiediamo soprattutto alle chiese, alle comunità cristiane, all'associazionismo di ispirazione cristiana, di mobilitarsi contro la più grande 'Statua Imperiale' mai eretta, convinti che un 'sassolino' la può far crollare (Daniele, 3). Diamoci da fare perché questo avvenga! https://www.flickr.com/photos/120332833@N02

mercoledì 23 aprile 2014

Gli invisibili di Tomatis Pier Giorgio

Capitolo XI/ Gli invisibili
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Fuggii per i vicoli finché potei ma alla fine venni raggiunto. Due energumeni cominciarono a picchiarmi al volto ed alla testa, ripetutamente e con violenza. Quando mi accasciai a terra, un terzo prese a colpirmi con dei calci all'altezza dello stomaco e dei fianchi. Cominciavo a diventare insensibile al dolore, a causa delle percosse che stavo ricevendo. I tre continuarono a picchiarmi per almeno un quarto d'ora. Dopodichè, presero quel che restava del mio corpo dolorante e sanguinante e mi trascinarono per una ventina di metri, fino a che non raggiunsero una strada dove, pochi istanti più tardi, arrivò un quarto complice con un’auto. Mi infilarono nel baga-gliaio come fossi stato un sacco di patate e si avviarono verso destinazione sconosciuta. Non sentii più sparare ma non riuscii a distinguere se fosse per le percosse o perché gli assassini avevano deciso di inter-rompere la carneficina. Non avevo alcuna speranza di ca-varmela. Questi individui sembrarono essere professionisti esperti ed io non ero in condizione di cercare una via di fuga. Potevo solo sperare che mancasse ancora parecchio tempo prima dell’ora della mia esecuzione. Se mai mi fossi salvato, se mai avessi potuto tirarmi fuori da quella tragica situazione, sarebbe stato solo in un momento in cui il mio fisico si fosse rimesso dai traumi del selvaggio linciaggio che aveva subito. Mi sentii sballottato. Le mie ossa e i miei muscoli urlavano dal dolore mentre mi trovavo rannicchiato, al buio del vano dell’auto. Dopo circa mezz'ora di viaggio si fermarono ed aprirono il portellone del bagagliaio. Venni sollevato di peso e trascinato dentro un buio capannone. Qui mi legarono con delle manette ad una sbarra di ferro. Rimasi seduto in quella posizione per diverse ore. Mi ad-dormentai. Quando mi risvegliai la temperatura si era note-volmente abbassata. Doveva essere sopraggiunta la notte. Cominciai ad udire i primi suoni. Le mie orecchie stavano riprendendo a funzionare fino a riconoscere, chiaramente, il rumore provocato dalle pale di un elicottero che fendevano l’aria a poche decine di metri di distanza da dove mi trovavo. Un concitato vociare di diversi uomini fu il preludio all’aper-tura delle saracinesche di quella che, ora che anche i miei occhi cominciavano a scorgerla, doveva essere una vecchia fabbrica abbandonata. Venni nuovamente strattonato. Un ragazzo in giacca scura aprì con le chiavi le manette, me le sfilò dai polsi e mi prese per le spalle. Mi trascinò, senza tanti complimenti, verso l’esterno. Mentre ci stavamo avviando verso un gruppo di auto, voltai lo sguardo verso l’elicottero. Non riuscii a scorgere qualche indizio importante sull’identità delle persone che stavano salendovi sopra ma vidi che erano tre coloro che, per i capi di abbigliamento che indossavano, si distinguevano dai miei carcerieri. Arrivati ad una Chevrolet Epica beige, il giovane aprì il bagagliaio e, con una consuetudine a me ormai nota, mi ci scaraventò dentro. Dopo qualche minuto di un vociare concitato, l’auto e probabilmente anche le altre più vicine cominciarono a mettersi in moto e a far rombare i propri motori. Viaggiai sperando che mi venisse concessa la possibilità di riprendermi, così da poter vender cara la pelle, ma il viaggio durò solo pochi chilometri. Quando ci fermammo, i motori delle auto restarono accesi. Il gruppo si preparava a tornare indietro in breve tempo. Il bagagliaio si aprì ed io venni afferrato da almeno tre paia di mani. Venni portato dentro l’abitacolo dell’auto. I miei carcerieri mi legarono al posto di guida, con la cintura di sicurezza, e spinsero la macchina, con il motore in folle, verso un piccolo dislivello. L'auto cominciò a prendere velocità. Probabilmente questa sarebbe stata la mia fine. Dopo una ventina di metri circa mi ritrovai nel vuoto pronto a sfracellarmi chissà dove. Cominciai a pregare nei secondi che mi separavano dall'eterno oblio. Con sorpresa sentì un tonfo morbido ed un improvviso calo della temperatura con rumori gorgheggianti giungere da ogni punto dell’auto. La mia istan-tanea conclusione fu che ero stato scaraventato nel Lago Mi-chigan. Con le mani e le braccia che pesavano come macigni, e il freddo pungente che intorpidiva ancor di più i miei muscoli, sfilai la cintura di sicurezza, poi, ponendomi di traverso tra i sedili, puntai con i piedi la portiera anteriore destra e spinsi più forte che potei con la schiena quella del lato del guidatore, mentre con le dita della mano sinistra facevo scattare il meccanismo di apertura. La pressione era fortissima e il dolore lancinante ma com-plice la disperazione, al terzo tentativo, riuscii ad attuare il mio proposito ed a lasciare l'abitacolo dell'auto che si inabissava sempre di più. Trattenendo il respiro, vincendo il dolore, la fatica e il freddo pungente, mi spinsi con i piedi e le braccia verso l'alto, verso la superficie. Passarono lunghi ed interminabili secondi in cui credevo di non farcela più. Poi sentii un leggero tonfo e l'aria premere delicatamente le mie narici. Non riuscivo nemmeno ad aprire gli occhi tumefatti per i colpi ricevuti e pressoché inutili dato che di notte sulle rive di quel tratto di acqua del lago non c'era alcuna luce. Nuotai faticosamente, cercando di capire se la corrente provenisse da uno dei fianchi o dalla schiena. Dopo tre interminabili minuti mi accorsi che le mie mani afferravano qualcosa di solido. Ero giunto sulla terraferma. Mi trascinai per alcuni metri lungo la scogliera, poi, abbandonato completamente dalle forze, mi arresi e persi conoscenza. Quando rinvenni non sapevo se erano passate ore o giorni da quella tragica notte. Sapevo solo che per qualche scherzo del destino ero ancora vivo. Malconcio ma vivo. “Sei sveglio?” Udii una voce provenire dalla mia sinistra. Mi sforzai di aprire gli occhi ma il tentativo si rivelò fallimentare. “Non ti sforzare. Prova a parlare o a fare un cenno con il capo solo quando te la senti.” Cercai di aprir bocca e di pronunciare qualche parola. Fu tutto inutile. Allora mossi leggermente il capo in avanti. “Molto bene, giaguaro. Riposa e cerca di guarire. Il grande Spirito veglierà su di te.” Le parole dell'uomo mi colpirono più forte di quanto fecero gli uomini che mi avevano ridotto in fin di vita. L'uomo misterioso mi aveva chiamato giaguaro e il timbro della sua voce era sempre più chiaramente familiare. John Littletrees mi aveva raccolto e mi stava prestando soc-corso. Mi sentii più sollevato e i giorni passarono velocemente. Quando mi ripresi, in maniera sufficiente da potermi rialzare e affrontare la luce, aprii gli occhi, mi voltai sul fianco del mio giaciglio, diedi una fugace occhiata a quella che doveva essere una tenda da campeggio, mi sollevai e avviai verso l'esterno. Oltrepassai l'apertura dalla quale sentii provenire voci con-citate e vidi dei bagliori di luce con gli occhi ancora deboli e malconci. L’immagine che mi si delineò davanti agli occhi fu la più strana che mi fosse capitato di vedere in tutta la mia vita. Accanto alla mia tenda canadese ve ne erano altre, disposte tutto intorno a formare un cerchio, ed al centro del campo c’erano i resti carbonizzati di un falò circondato da una serie di pietre verdi ed aguzze. Un bivacco. La cosa che mi sorprese di più furono gli uomini e le donne, i quali si immobilizzarono letteralmente non appena mi videro uscire. Erano anziani uomini, e donne, di chiara origine pellerossa. Cercai con lo sguardo di scorgere la presenza di John Littletrees ma non vi riuscii. “John“ esclamai con un filo di voce. Dopo una decina di se-condi, mi si avvicinò un piccolo ometto con i capelli corvini, raccolti dietro la nuca in una lunghissima treccia, legati al ter-mine con un nastro di color rosso. “ L'uomo medicina ci ha detto di avere cura di te finché non ti fossi rimesso. Lui non è qui ma ti ha lasciato un messaggio alla maniera dell'uomo bianco.” Fu allora che l'ometto si voltò verso la vecchia dai capelli grigi, la quale, passato qualche istante di incertezza e confusione, entrò in una delle tende per uscirne immediatamente dopo con un foglio di carta arrotolato come una pergamena e stretto in centro da un nastro, dello stesso colore rosso di quello del ferma capelli del piccolo indiano che avevo di fronte. Me lo pose tra le mani e arretrò di alcuni passi. Slacciai il rotolo e iniziai a leggerne il contenuto. Sciamano giaguaro, l'uomo bianco della Gateland ti ha quasi ucciso ed è convinto di averlo fatto. Ha cercato di ucciderti fisicamente e ha fatto in modo che la morte di parecchi uomini, la distruzione di parecchie cose, fosse da ascriversi alla tua responsabilità. Questo ti insegna, giaguaro, che egli è più spietato e pericoloso di un serpente a sonagli. La prova che hai dovuto superare è stata descritta nei giornali dell’uomo bianco. Tutti sono convinti che tu sia morto. Anche tua moglie che presto pregherà per te il Grande Spirito. Se tu cercherai di tornare sui tuoi passi, il tuo nemico tornerà ad incrociare la tua strada per ucciderti e, questa volta, potrebbe riuscirci definitivamente. Il tuo destino è legato a quello di molti sfortunati abitatori di queste terre. Per sfuggire ad un nemico terribile dovrai renderti invisibile per giorni, settimane, mesi, forse anni. Ma quando verrà il suo momento il giaguaro tornerà a ruggire e ucciderà ogni suo avversario perché tra gli uomini medicina egli è il più potente. L'unico in grado di conoscere la mano destra del Diavolo, sopportare il suo tocco e non morire tra i più atroci tormenti. L’unico capace di sradicare il potere di Gateland dalla sua mano e di contribuire alla sua fine. Perciò il tuo compito, per l'immediato futuro, sarà quello di confonderti tra la povera gente, di unirti ad essa, di vivere secondo le regole del Grande Spirito avendo sopra la testa solo il cielo pieno di stelle e per abitazione la nuda terra. Ti renderai invisibile all'uomo bianco, in attesa che arrivi il tuo momento. Affilerai i denti e gli artigli e aspetterai con pazienza. Io ti osserverò e sarò sempre pronto ad aiutarti. La firma era, ovviamente, quella dello sciamano/lupo che fino ad allora era stato portatore di speranza per la mia vita, il mio destino, la mia missione: John Littletrees.

Risvegli di Pier Giorgio Tomatis

Cap. Sette Risvegli
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Qualcuno ha aperto la porta con violenza facendomi ruzzolare. Disse la giovane. Non c’è la possibilità che tu ti stia sbagliando? Sembrò suggerire Lorelay. Vi assicuro che è andata proprio così. Ripeté Hildegarde visibilmente seccata, per i dubbi espressi dall’amica. Quando Kyle, Gilbert e Daniel tornarono nella cantina chiesero ulteriori lumi all’amica e confermarono i sospetti che la casa fosse completamente deserta. Ai piani di sopra non c’è anima viva. Esclamò Kyle. E’ vero. Gli animali sono le uniche forme di vita presenti nello stabile. Aggiunse Kyle. Eppure qualcuno mi ha buttato giù dalle scale. Lo giuro. Sostenne con convinzione Hildegarde. Ti credo. Disse Gilbert. Solo che è tutto così… La comunicazione tra loro s’interruppe. Le luci all’interno della cabina di vetro aumentarono visibilmente d’intensità e colore. I ragazzi si strinsero tra di loro, si avvicinarono al vetro e guardarono ciò che stava succedendo. Il fenomeno al quale stavano assistendo cresceva ad ogni istante d’intensità. Le luci variopinte e gli scoppiettii che sembravano formarsi a mezz’aria aumentavano in maniera repentina. Tuttavia, tale fenomeno non sembrava produrre alcun suono o, almeno, nessuno dei ragazzi poté avvertirlo. Credo che sia meglio se ce ne andiamo. Sussurrò la piccola Audrey. Si, forse è meglio. Aggiunse Arthur. No. Siamo qui per svolgere un compito specifico. Ve lo debbo ricordare? Chiese Gilbert spazientito. E’ vero. Dobbiamo scoprire ciò che succede in questa casa. Rimarcò Daniel. Daniel fece appena in tempo a terminare la frase che un enorme fascio di luce colpì i suoi occhi e quelli degli altri ragazzi, tramortendoli e facendoli cascare in terra. La luce all’interno continuò a crescere d’intensità fino a coprire ogni centimetro della cabina. Passarono almeno un paio di minuti prima che il fenomeno cominciasse a regredire. Quando il laboratorio tornò ad essere immerso nel buio la porta della cabina si aprì. Una gelida brezza soffiò lieve verso il viso dei ragazzi. Gli occhi di Lorelay si liberarono del torpore determinato dal lungo sonno e si spalancarono per primi. La giovane non riuscì a sbatter le palpebre, paralizzata dal terrore. La tenue luce delle candele di un candelabro posto al centro di un tavolino stava sforzandosi di illuminare una stanza di almeno ottanta metri quadrati. Lorelay e tutti i suoi amici si trovavano inermi nel salotto di casa Chances, legati mani e piedi a delle sedie di legno di vecchia fabbricazione, umide e tarlate. Anche gli altri ragazzi ripresero conoscenza e compresero di essere stati fatti prigionieri da qualcuno. State tutti bene? Chiese Gilbert con uno strano timbro della voce e la bocca impastata come se avesse dormito ininterrottamente per diverse ore. La mia testa…mi sembra di sentirla scoppiare. Farfugliò Kyle. Legati. Siamo legati ad una sedia. Esclamò Daniel. Chi è stato? Chi ci ha ridotti così? Domandarono quasi in coro la piccola Audrey ed Alice. La domanda più giusta da farsi…il suono di una voce sconosciuta, stentorea e profonda, giunse alle orecchie dei ragazzi i quali sforzarono la propria vista per vedere a chi appartenesse…è che cosa facevate in casa mia? L’individuo che aveva proferito queste parole rimase seminascosto dalla luce delle candele che illuminava debolmente solo una parte del salotto. Gilbert si concentrò sui suoi lineamenti, sulla voce e su quanto stava dicendo per scoprire chi fosse. Ma che stai dicendo? Questa casa è tua quanto nostra. Tu non sei il Dottor Chances. Sarai un ladruncolo che si è intrufolato in casa sua. Disse Daniel. Fino a prova contraria…eravate voi che vi trovavate nel posto sbagliato. Voi non siete lui e nemmeno suoi lontani parenti. Accusò lo sconosciuto. Chi sei? Perché ci hai legati in questo modo? Domandò Gilbert con rabbia e veemenza. Io sono chi ho detto di essere. Rispose lo sconosciuto. Menti. Il Dottor Chances non c’è più da anni. E poi se fosse vivo…dovrebbe avere più di un centinaio d’anni. Centoventitré…per la precisione. E allora chi sei, mentitore? Mi chiamo Eugene Salomon Chances. Sono nato nel 1902 in Austria, in un paesino delle Alpi che si chiama …….. Occupo questa casa perché è mia di diritto. Bugie. Non puoi essere lui. E perché di grazia non potrei essere chi sono? Il Dottor Chances non può avere centoventisei anni. Nessuno lo può. Interessante teoria. Ineccepibile. Però, errata…perché io ho esattamente centoventisei anni. Assurdo. Adesso abbiamo la conferma che è un bugiardo…o un pazzo. Che cosa vuole da noi? A dire il vero…nulla. Vi trovavate in casa mia. Vi ho trovato svenuti in terra nella mia cantina. Non amo i visitatori e non potevo esser sicuro delle vostre intenzioni. Siamo solo dei ragazzi… Al giorno d’oggi è più che sufficiente per giustificare la massima cautela. Chi siete? Un gruppo di ragazzi che pensava che questa casa fosse disabitata. Adesso chi è che sta mentendo? Mentre eravate svenuti, quel ragazzo ha detto che sapevate benissimo che questa casa era abitata. Dunque, vi ripeto la domanda: cosa ci facevate in casa mia? I ragazzi si guardarono l’un con l’altro scambiandosi delle occhiate d’intesa. Parlò Gilbert per tutti. Abbiamo scoperto che lei sta conducendo esperimenti non autorizzati. Il Dottore si mise a ridere. Se la scienza ufficiale sapesse cosa sto facendo non solo approverebbe ma mi farebbe una corte serrata. Oh, basta. La smetta, per favore. Abbiamo visto cosa succede nel suo laboratorio. Abbiamo trovato la pietra che fonde i metalli. Il Dottor Chances sbigottì. Gilbert fulminò con lo sguardo la povera Alice. Avete trovato un Bargain? I ragazzi si scambiarono degli sguardi confusi. Il metallo che brucia gli altri metalli? Si, lo chiamai così. All’inizio…prima di sapere che cosa realmente fosse… E avete per caso provato ad accostarlo a del legno? I ragazzi aggrottarono la fronte in segno di stupore. No, certo che no. Ovviamente. Come avreste potuto saperlo. Questo comunque non risponde alla domanda principale: che cosa ci fate qui? Prima che il Dottore potesse avere una qualunque risposta la luce si spense. Il black-out durò qualche secondo, poi tutto ritornò alla normalità. I ragazzi si scambiarono degli sguardi increduli. Il volto del Dottore, invece, impallidì così tanto da sembrare bianco come marmo. Oh, no. Mio Dio fa che non stia accadendo ciò che temo. Il Dottore afferrò un coltello dal cassetto di un tavolo da cucina e, nel panico generale dei ragazzi, lo posò tra le gambe di Daniel. Recidi le corde che ti legano e libera i tuoi compagni. Daniel si stupì al punto che i suoi occhi parvero schizzargli fuori dalle orbite. Fa presto. Non c’è tempo da perdere. E dette queste parole, si allontanò correndo verso la cantina-laboratorio. Daniel afferrò in qualche modo il coltello e si liberò delle corde. Quando fu ora di liberare i compagni sistemò il coltello in modo che Gilbert lo potesse afferrare e poi uscì dalla stanza correndo nella stessa direzione presa dal Dottore. Alice e Gilbert urlarono nel tentativo di impedirglielo ma non riuscirono nel loro intento. Gilbert si liberò delle corde e poi fece altrettanto con Lorelay. A sua volta, la ragazza liberò Kyle. Nel giro di pochi minuti tutti si alzarono in piedi pronti a tornare nella cantina-laboratorio. Cosa che fecero immediatamente. Alice era preoccupata per la sorte del suo Daniel e corse più forte che poteva. Gli altri, pur spaventati da quanto era successo, non furono da meno. Tornarono nel laboratorio, in tempo per assistere ad una strana colluttazione. Daniel si trovava al centro della cantina ed osservava due uomini che sembrava stessero lottando tra di loro mentre la cabina di vetro era illuminata con luci multicolori ed emetteva un curioso ronzio. Uno dei duellanti era il Dottor Chances. L’altro aveva un abito stranissimo. Sembrava quasi indossasse una pelliccia d’animale, forse di un orso, dal colore arancione, decisamente innaturale. I due uomini si stavano contendendo un oggetto che nemmeno Daniel che si trovava a pochi passi da loro, riusciva a distinguere bene. Ad un tratto, il Dottor Chances ruzzolò in terra e la luce artificiale dei neon diminuì. Una coltre buia parve impossessarsi d’ogni centimetro di quella stanza. I ragazzi si spaventarono. Gilbert cercò di mettere a fuoco la vista e scoprì che il buio arrivava dall’interno della casa e si trattava di una nebbia di colore verde intenso. La porta della cantina, lasciata socchiusa da Hildegarde, si spalancò e strane creature entrarono da quell’apertura. Sembravano dei volatili, uccelli dalle piume color verde scuro e bianco. Dietro di loro spuntarono degli animali simili ad orsi giganteschi ma il colore era arancione, esattamente come quello della pelliccia che indossava lo strano individuo. Gilbert e Daniel fecero cenno ai ragazzi di farsi in disparte e nessuno osò contraddirli. Un urlo spaventoso, ma umano, riecheggiò nella stanza gettando ancor più confusione tra i ragazzi. Per quanto si sforzassero non riuscirono a capire chi potesse averlo lanciato. Non certo il Dottor Chances che si trovava ancora a terra, e nemmeno il misterioso personaggio vestito con pelle d’animale, il quale restava ritto, in piedi, vicino all’apertura della cabina a vetri. Gli strani animali continuarono ad entrare e si sistemarono attorno ai due contendenti. Quelli che sembravano degli orsi arancione, o enormi gibboni colorati, cominciarono ad annusare l’aria come se fossero alla ricerca di un particolare odore. I ragazzi erano terrorizzati e immobilizzati in un angolo del laboratorio. I gibboni si voltarono verso il misterioso personaggio con la pelle d’animale e Gilbert notò, solo in quel momento, che il colore era il medesimo. Lo strano uomo non sembrava per nulla intimorito da quelle demoniache creature. Anzi, il ragazzo pensò che ne avesse scuoiata una in precedenza per farsi quella cappa di pelliccia. Gilbert memorizzò il viso e lo sguardo dell’uomo. Gli apparivano quelli di un folle. Aveva una chioma grigia e scarmigliata sormontata dal muso di una di quelle bestie come copricapo e degli occhi scintillanti d’odio e pazzia. Il Dottor Chances, semisdraiato in terra, aveva il sudore che grondava dalla sua fronte e farfugliava delle parole il cui suono era appena percettibile. Dagliela. Da loro ciò che cercano. L’uomo che indossava la pelliccia tolta dal corpo di una di quelle bestie si limitò a ridere. Pazzo. Urlò. E’ proprio per loro che farò ciò che va fatto. Fu a quel punto che Gilbert notò che lo strano individuo stava tenendo stretto con le dita della mano destra un pezzo di roccia che non esitò a riconoscere. Si trattava del metallo che brucia gli altri metalli. Sembrava avvolto con del nastro isolante di colore nero e legato ad un pezzetto di legno ricurvo. L’uomo gettò l’oggetto che stava contendendo fino a pochi istanti prima al Dottor Chances nella cabina di vetro. Con una rapidità incredibile, e lasciando una scia colorata di verde, qualcosa d’indefinibile e di volante seguì l’oggetto. Doveva trattarsi di un esemplare di quelle specie d’avvoltoi. Una risata bestiale e spietata fece venire i brividi ad Alice. L’oggetto sembrava essere sparito. L’uomo con la pelliccia arancione se ne stava ritto, in piedi, ad osservare quanto stava accadendo davanti agli occhi di tutti e rideva come un folle. Dalla cabina a vetri si udì un orripilante gracchiare e versi d’enorme sofferenza. Tuttavia, Gilbert ed i ragazzi non riuscivano a capire cosa stesse accadendo. L’uccello si stava contorcendo come se fosse stato messo dentro un forno a microonde e, per quello che ne sapevano i ragazzi, poteva anche essere andata così. L’uomo con la pelliccia, allora, si diresse verso il pannello di controllo, vi armeggiò per alcuni istanti, poi, alzò lo sguardo e si limitò a lanciare un’occhiata demoniaca ai ragazzi ed al vecchio che si trovava ancora in terra. E’ qui? Domandò come in preda a follia il vecchio Dottore. La risata di scherno che ne seguì riempì l'aria. Gilbert il cui sguardo, fino ad allora, era stato calamitato dalle strane creature, non ebbe il tempo di notare altri particolari che una di quelle bestie simile ad un gibbone saltò in avanti e placcò l’uomo come non aveva mai visto far meglio in nessuna partita di football americano. Nello slancio, i duellanti finirono con l’entrare dentro la cabina di vetro. Mentre le fauci della bestia stavano banchettando sulle tenere carni dell’uomo, questi tirò una leva ed alzò il metallo che brucia gli altri metalli più che poteva. Gilbert vide che il Dottor Chances allontanava lo sguardo dalla scena in modo sospetto e ricordò l’episodio in cui un’intensa luce aveva causato lo svenimento di tutti i ragazzi. Colto da un’improvvisa intuizione si voltò ed allargò le braccia a difesa dei propri compagni ed amici Un istante più tardi, una luce accecante si propagò per tutta la stanza. Un arco di fiamma si formò all’interno della cabina, bruciò l’uomo e la bestia avvinghiati l’una all’altro e si trasformò in una miriade di coriandoli infuocati. Un altro raggio di luce arrivò dal soffitto e parve arroventare il metallo che brucia gli altri metalli. Quest’ultimo assorbì le proprietà del raggio e assunse un colore rosso fuoco. Il Dottor Chances si alzò allora da terra, radunò i ragazzi spiegando loro la gravità della situazione. Venite. Dobbiamo fuggire da qua. E in fretta. Biascicò in lingua inglese ma con smaccato accento austriaco. Gilbert ed i ragazzi non se lo fecero ripetere due volte e salirono le scale della cantina insieme al Dottore. Ebbero anche la forte sensazione di essere seguiti ma nessuna delle bestie presenti nel laboratorio riuscì ad uscirne. Viva. Arrivati nel salone di Casa Chances lo strano gruppo formato dai ragazzi e dal padrone di casa proseguì verso l’esterno. Si ripararono dietro un piccolo terrapieno ed un solo istante più tardi una forte esplosione sconvolse tutto il quartiere. Dal punto dell’esplosione il raggio luminoso che proveniva dal cielo cominciò a cambiare colore e a diventare verde. Una nebbia calda, spessa ed umida si propagò istantaneamente e raggiunse i ragazzi. Dopo un primo istante di smarrimento, i giovani scozzesi non furono in grado di udire più nulla. La fitta e densa coltre verdognola si propagò dalla zona dell’esplosione e avanzò. In breve tempo occupò tutto lo spazio visivo del quartiere. La sua velocità di trasferimento era vertiginosa. Nessuno ad Edimburgo fece in tempo ad accorgersi che la nebbia stava oscurando il cielo in quanto nello stesso preciso momento era avvolto inconsapevolmente da quello strano fenomeno atmosferico. Poi, dopo la capitale della Scozia, fu la volta di tutte le altre città e nazioni europee. Nessuno ebbe modo di reagire o anche solo di capire cosa stesse accadendo. Molto semplicemente, la nebbia verde si stava sostituendo all'ossigeno, vitale per i nostri polmoni e la vita in genere, con una rapidità impressionante. Nel giro di poche decine di secondi l'atmosfera terrestre sparì. Al suo posto una bruma limacciosa di colore verdognolo cambiò i connotati al nostro pianeta. Tutto fu repentino. La nuova atmosfera impediva ai raggi solari di filtrare in essa e ciò avrebbe provocato un brusco cambio di temperatura. Tuttavia, le cose non andarono così. La nebbia era sufficientemente calda da impedire agli esseri umani di morire congelati. Essa non era venefica e, a parte un gran torpore, una sensazione di stordimento, non procurò alcun danno ad anima viva. Tutti gli esseri viventi sprofondarono in un sonno innaturale. Questa situazione si protrasse per almeno un paio d’ore. Poi, la nebbia si diradò e, seppur lentamente, tornò a lasciare all'ossigeno dell'atmosfera tutto lo spazio che gli spettava. I raggi del sole cominciarono a filtrare tra la coltre della spessa nebbia ed a raggiungere il suolo terrestre e le palpebre degli esseri umani. Gli occhi si aprirono. Le palpebre tornarono a sbattere e gli individui si svegliarono dal sonno che li aveva colti così velocemente. Quando la nebbia sparì in modo completo, come se fosse evaporata o trasmigrata verso altre zone dell'universo, gli umani si guardarono attorno per capire cosa fosse successo. Sembrava che non vi fosse stato alcun cambiamento. Tutto sembrava al suo posto. Tutto pareva essere rimasto esattamente come prima. O quasi. Dapprima la gente pensò che il sonno avesse causato grossi guai alla vista. Qualcosa che non sembrava per niente normale c'era. Le dimensioni. Le piante, le case, gli oggetti, ogni cosa pareva essere diventata più grande del dovuto. I fiumi, il mare, i corsi d'acqua, avevano raggiunto delle grandezze superiori a quelle di un tempo, diciamo prima del fenomeno della nebbia verdognola. Gilbert, Lorelay, Audrey e tutti gli altri ragazzi si svegliarono con un forte mal di testa e percepirono che qualcosa di grave era appena accaduto.