lunedì 21 aprile 2014

La notte perfetta

Tratto dal libro Robinson Jr. di Tomatis Pier Giorgio (https://www.flickr.com/photos/120332833@N02/with/13147524435/) IV Capitolo La notte perfetta
Si arrivò così alla notte più importante per la storia del Clan Keith e, a detta di molti suoi membri, di tutto il mondo. La sveglia sarebbe stata data dalla sorveglianza durante il cambio della guardia. Gli uomini che smontavano dal turno, al loro ritorno alla grotta rifugio, avrebbero dato inizio alle operazioni. Ovviamente, coloro che incominciavano il turno di guardia e chi lo aveva appena terminato non partecipavano alla missione. L’eccitazione per l’evento che doveva scuotere le fondamenta di quel piccolo mondo era tale che le guardie non faticarono molto a destare i propri compagni, di solito sempre assonnati e svogliati quando si trattava di scendere dai letti a castello. Probabilmente, una buona parte dei membri del Clan non aveva chiuso occhio, elettrizzato dall’esperienza storica che si avviava ad incominciare. Tutti gli uomini che partecipavano alla missione, tranne le nove guardie (che quel giorno erano Zlatan, Clint, Bernard, Donald, Burt, Winston, e le donne Susan, Jennifer e Mandy) si lavarono con l’acqua di una fontana sorgiva. I suoi freddi zampilli, al mattino, erano sempre occasione di scherzi e risate. Tutto ciò, sotto gli occhi attenti di Alan (il decimo a non partecipare alla sortita), veniva visto con benevolenza. Serviva a riattivare più in fretta la circolazione. Il gruppo di coraggiosi cominciò a vestirsi e ad equipaggiarsi. Hugh e Peter, che avevano dormito nel capanno, distribuirono fucili e pistole per tutti. Le migliori armi da fuoco, scelte tra quelle custodite nel piccolo arsenale del capanno, vennero destinate ad ogni membro del Clan. L’operazione fu condotta velocemente e scivolò via senza intoppi. Ogni uomo, o donna, fu armato, sia se faceva parte di un gruppo che partiva per la missione, sia se doveva rimanere al campo. Il pericolo che si potesse subire un attacco durante la battaglia non era da sottovalutare. Peter calzò le due fondine che si era costruite al fondo dei pantaloni. Hugh lo osservò con un misto di curiosità e di disapprovazione. Tuttavia, Peter considerava le sue due pistole da duello una sorta di portafortuna, un aggancio simbolico con un passato che non avrebbe mai dimenticato. Oltre a ciò si preoccupò di armarsi con una pistola degna di tal nome. Scelse un Revolver Colt Python 4. Nonostante in Inghilterra, per le misure antiterrorismo, fosse difficile procurarsi delle armi, il Clan Keith, che evidentemente sapeva bene dove cercare, anche dopo il disastro, non ebbe grosse difficoltà a reperire pistole e fucili semplici da usare per la caccia e per la difesa del territorio. Quel giorno avrebbe incominciato ad utilizzarle per uno scopo differente: la riconquista di un monumento nazionale. E chissà… magari di un continente e di un pianeta. Tutti i membri del Clan si disposero davanti ad Alan ed alle grotte-rifugio per l’ultimo saluto prima della partenza. In un silenzio scaramantico, le lacrime di commozione scesero copiose da parecchi occhi. Alla missione partecipavano indistintamente uomini e donne. Solo i bambini ne erano stati esentati. Nonostante la sveglia li avesse volutamente evitati, alcuni di loro si erano alzati e vollero salutare a loro modo la partenza. Tra di essi c’erano Eleanor e Sonja. La prima salutò il padre compunta e distaccata, la seconda abbracciò Peter fortemente quasi come se non dovesse più tornare e si mise a piangere. Lesley osservò quella scena con curiosità e un po’ d’invidia. Non riusciva a capacitarsi di come quell’oscuro e silenzioso uomo avesse potuto far breccia nel cuore di Sonja, che avesse potuto conquistare l’affetto di una bambina tanto tormentata dai traumi del passato. Peter rassicurò la piccina garantendole che avrebbe fatto presto ritorno al rifugio e che l’avrebbe accompagnata per mano dentro le mura del Castello, nella loro nuova casa. I membri del Clan che sentirono quelle parole si gonfiarono il petto d’orgoglio. Era esattamente ciò che stavano pensando in quel momento. Gli uomini lasciarono infine il campo e si avviarono verso il sentiero che li avrebbe portati ad Edimburgo. Prima di giungere ad assaltare il Castello il Clan Keith doveva sconfinare in territori sorvegliati da gruppi rivali. Il piano di azione, modificato per l’occasione, prevedeva quel giorno l’avanzata di un primo gruppo in avanscoperta, a cui ne sarebbero seguiti altri due: il secondo (quello di Mortimer) ed il terzo (quello che avrebbe dovuto essere capitanato da Hutchinson e che, invece, fu affidato a Kurt). Nel primo partirono in quattro. Facevano parte di quel piccolo drappello di audaci la guida Sean Grant, il cervellone Hugh Hume, il dinamico Hutchinson Hay e Peter Cruise, del secondo Leopold, Tom, Richard, Daniel, David, Jack, Lesley, del terzo, invece, Christopher, Christian, George, William, Johnny, Vicky ed Evelyn. La guida, con i suoi attuali compagni si avviò deciso lungo il sentiero con una modesta torcia che si era costruito da solo. Aveva aggiunto alla sommità del legno una sorta di paralume in metallo trovato chissà dove in una delle scorribande precedenti. Lui e gli altri scesero dai costoni percorrendo i vecchi sentieri. Si spostarono sfruttando le ultime ore di oscurità notturna onde evitare sorprese con i rivali o i Fuochi Fatui. Arrivarono nei dintorni di Lammermuir dopo circa un paio d’ore di cammino. Nessuno udì alcun rumore, ne vide la sagoma di esseri umani. Si avvicinarono agli anfratti nelle rocce, agli alberi di alto fusto ma … nulla. Il piccolo territorio del Clan Macgovern sembrava deserto. Sean, di solito sempre silenzioso, ruppe con ogni atteggiamento di cautela e con la sua tradizionale prudenza. -Fermi.- Ordinò ai suoi tre compagni. -Che cosa c’è, Sean? Cosa hai visto?- Domandò frenetico Hugh. -Sarebbe più opportuno chiedermi che cosa non ho visto.- Rispose Sean in modo sibillino. Hugh, Hutchinson e Peter rimasero interdetti. -Ricordate la sortita di ieri? Ebbene, notando che qualcosa non quadrava ho deviato leggermente dal percorso e…- Soggiunse un enigmatico Sean. -...e? Su. Non tenerci sulle spine, Sean.- Ribatté seccato Hutchinson. -...e, beh, vedete quel costone a poche yarde da noi?- Domandò la guida. -Certo, che la vediamo.- Replicò Hugh. -Ebbene, quello è il punto in cui era appostata una guardia del Clan Macgovern… e come vedete ora non c’è.- Esclamò Sean. Hugh, Hutchinson e Peter si guardarono intorno ma non videro traccia di alcun appostamento umano per la sorveglianza di un campo di sopravvissuti. -Ti starai sbagliando.- Provò ad immaginare Hugh. -Non mi sto sbagliando.- Rispose prontamente Sean. -Avranno spostato la guardia in un altro punto.- Incalzò Hutchinson. -Credo proprio che sia impossibile.- Lo disilluse Sean. -Sarà stata male la guardia. Un malore improvviso.- Ipotizzò Hugh. -Avrebbe ottenuto il cambio in anticipo.- Sean tolse il campo ad ogni speranza. -Sarà in atto una sortita.- Disse un possibilista Hutchinson. -A maggior ragione la sicurezza avrebbe dovuto essere rafforzata.- Ribatté con forza e decisione Sean. -Può darsi abbiano subito un attacco.- Fece Peter. -E ciò che temo sia accaduto.- Replicò accondiscendente Sean. -Che cosa intendi fare?- Domandò Peter. -Lasceremo un messaggio sul sentiero. Un segnale che avverta gli altri gruppi dell’esistenza di un pericolo ed uno che indichi loro di fermarsi qui. Poi, noi proseguiremo verso il campo dei Macgovern e scopriremo quel che è accaduto. Se qualcosa li ha attaccati, domani potrebbe fare la stessa cosa con noi. Dobbiamo sapere cosa è successo. Solo così potremo essere preparati ad affrontare ogni minaccia.- Sentenziò Sean. Il quartetto si mosse, con circospezione, in direzione del casolare che, solo il giorno precedente, Peter aveva visto in lontananza con il suo binocolo. La casa era in perfetta conservazione. Qualunque cosa avesse attaccato il campo non aveva danneggiato nulla. Una volta arrivati nel piazzale ci si rese conto che la sensazione di Sean si stava traducendo in una terribile realtà. Non si sentiva alcun rumore provenire dalla casa di fronte. E se russavano solamente la meta di quanto russavano i nostri, pensò Peter, avremmo già dovuto ascoltare un rumore d’inferno. Ne si scorgeva alcun movimento all’interno di quel casolare. Sbirciando attraverso i vetri delle finestre del piano terreno si videro solamente credenze ed oggetti tipici di una cucina. Sean spalancò il vecchio portone di legno dell’ingresso aprendolo sferrando un poderoso calcio all’altezza della serratura, la quale si ruppe e cadde in terra per effetto del colpo. Non si sentiva alcun rumore provenire dalle piccole stanze della casa. Le solide e spesse mura di pietra erano ancora integre ed un camino con focolare aperto aveva ancora rosse e fumanti le braci di un fuoco acceso qualche ora prima. Il quartetto visitò ogni stanza ma non trovò traccia di presenza di un essere umano. I letti per la notte erano stati approntati con lenzuola e coperte ma erano vuoti e ancora freddi. Rimaneva la vecchia stalla dal tetto parzialmente sfondato. Il quartetto si mosse all’unisono e si avviò verso quella direzione. Essa si trovava a circa un centinaio di yarde di distanza, in un pianoro leggermente rialzato rispetto al casolare. Hugh, Peter, Hutchinson e Sean si appostarono vicino al portone d’ingresso seduti in terra e con le pistole in pugno, allo scopo di penetrare nell’edificio con velocità e sorpresa e capire cosa fosse successo. Tutti si guardarono negli occhi e ad un cenno del viso di Hugh fecero irruzione nello stabile, armi in pugno. La scena che si presentò loro davanti agli occhi fu di quelle capaci di toglierti il respiro per più di una decina di secondi. I componenti del Clan Macgovern erano stati impalati a testa in giù e rantolavano feriti con armi da taglio in tutte le parti del corpo. Il loro sangue non colava a fiotti sulla nuda terra ma veniva raccolta in grandi bacili di terracotta arrivati li chissà come. C’erano le tre guardie. Erano riconoscibili dalla mimetica militare, anche se ridotta quasi tutta in brandelli. Brian, Buck, Cole, l’uomo alto ed ossuto, quello con la cicatrice sulla guancia, e poi una donna robusta con i capelli lisci e biondi, un uomo grasso e barbuto, un altro quasi calvo, uno di piccola statura, tutti stavano agonizzando e rantolando, feriti mortalmente con armi bianche. Anche gli animali giacevano nelle identiche condizioni. Le carcasse di bovini, ovini, suini, caprini, riverse sul terrapieno, contribuivano a rendere il fetore del luogo infinitamente più insopportabile. Una decina di Fuochi Fatui, dell’altezza di un paio di metri circa, con indosso le solite scarne vesti simili ai sai dei frati, assisteva alla scena con blasfema crudeltà. Accortisi dell’arrivo dei quattro componenti del Clan Keith si voltarono lentamente. I nuovi arrivati non sembravano destare la benché minima preoccupazione in quegli esseri immondi ed apparentemente privi di sentimenti di pietà nei confronti dei popoli vinti. Il respiro di Peter si fece sempre più affannoso. Hugh sgranò gli occhi in modo che sembrava gli stessero per uscire dalle orbite. Sean si inginocchiò ed il suo viso si dipinse dell’odio che provava per gli alieni. Hutchinson alzò il braccio destro, premette il grilletto e la sua pistola sparò. Il colpo non mancò il bersaglio. Tuttavia, l’extraterrestre colpito non venne scosso più di tanto e continuò ad avanzare. I Fuochi Fatui alzarono lentamente le loro braccia armate e si scatenò l’inferno. Una gragnuola di colpi delle due opposte fazioni infuocarono le fatiscenti strutture della vecchia stalla abbandonata del Clan Macgovern. Dopo pochi secondi le fiamme si levarono altissime. Nonostante la costruzione non fosse molto estesa, il combattimento durò per parecchi minuti, bloccando i contendenti sulle reciproche posizioni. Poi, i Fuochi Fatui incominciarono ad avanzare inesorabilmente verso il quartetto. Peter perse il suo revolver nel cercare riparo. A Hugh prese fuoco il cappuccio che aveva portato per difendersi dal freddo. Lo gettò via immediatamente, ed anche lui riuscì a trovare temporaneo rifugio dietro un lastrone di ferro. Hutchinson tenne la posizione e continuò a sparare senza frenare l’avanzata lenta, ma costante dei Fuochi Fatui. Sean fece cascare pesanti catene e carrucole su di loro cercando di tenersi al riparo dalla vista e dal fuoco nemico. -Peter, cerca di farti strada verso l’esterno.- Gridò Hugh. -Non posso muovermi di qua. Sono bloccato. Stanno sparando solo in questa direzione.- Provò a spiegare Peter. -Riesci a coprirci la fuga Hutchinson?- Chiese Sean. -Non funziona. Sembrano immuni ai nostri colpi. Non vanno giù. Non cascano giù questi maledetti lumaconi azzurrognoli.- Urlò a squarciagola Hutchinson. -Dobbiamo tentare qualcosa o siamo tutti perduti.- Incalzò Hugh. -Non riusciamo ne a tornare indietro ne ad andare avanti. Siamo imbottigliati. E loro continuano ad avanzare.- Strillò Sean. -Voglio provarci io.- Esclamò Peter. -No. Fermati. Sarebbe un suicidio.- Gridò Hugh. A quel punto Peter si alzò in piedi, deciso a giocarsi il tutto per tutto. Impugnò le due pistole da duello. Si accertò che fossero cariche. Pregò che potessero essere ancora funzionanti. Si voltò ed uscì dalla sua posizione con l’intento di sparare i suoi quattro colpi all’impazzata e gettandosi fisicamente verso gli alieni, sperando di riuscire indenne dalla prima raffica nemica e arrivando così vicino da poter scatenare un corpo a corpo. Il colpo di una lanciaraggi lo prese in pieno. I suoi compagni lo videro illuminarsi come una torcia e cadere in terra. Il tempo parve come arrestarsi per qualche secondo. Le attenzioni di tutti i contendenti si concentrarono verso il suo corpo. Nonostante fosse caduto in terra, Peter impugnava ancora le sue due storiche pistole, in legno e ferro, vecchi di secoli. I suoi occhi chiusi si riaprirono. Le sue dita si aggrapparono ai due grilletti. Si alzò e sparò in direzione del gruppo di extraterrestri. Colpì al collo due Fuochi Fatui, i quali, contorcendosi per il dolore, stramazzarono al suolo. Gli altri si bloccarono sorpresi. Evidentemente non si aspettavano che Peter potesse essere sopravvissuto al colpo della loro arma e, ancor più sorprendente, avesse potuto uccidere due di loro. L’umano si lanciò in una folle corsa, sfruttando la sorpresa generale. Arrancò il braccio di un Fuoco Fatuo che stava sparando un colpo con la sua micidiale arma e lo diresse verso altri due alieni. Essi vennero spazzati via fra urla bestiali e raccapriccianti. Fece nuovamente la stessa cosa con un altro gruppo di avversari i quali vennero presto avvolti dalle fiamme prima di morire. Quindi strappò le armi dalle mani dell’alieno il quale si accasciò a terra urlando di dolore. Peter vide con sorpresa che il Fuoco Fatuo non aveva le mani e che le sue sputafuoco erano incastonate come moncherini all’estremità delle braccia. Quando il Clan rinvenne le sputafuoco nell’abitazione di Peter, il Fuoco Fatuo al quale le avevano sottratte era morto e nessuno si accorse delle condizioni dei suoi arti e della mancanza delle mani. Pensarono tutti che il crollo della palazzina fosse stata la causa di tali menomazioni. Arrivato Hugh, il quale lo incitava a lasciare il posto, il tetto fatto di travi ormai marce rischiava di crollare da un momento all’altro, gli diede le armi, afferrò l’alieno per il grosso testone rotondo e se lo trascinò letteralmente all’esterno. Attirati dalla luce del fuoco arrivarono anche gli altri due gruppi. La prima persona a giungere sul posto fu Lesley e non credette ai propri occhi. La stalla era completamente avvolta dalle fiamme e le urla degli extraterrestri morenti fecero accapponare la pelle a tutti i presenti. Un suono stridulo, simile a quello di una sega circolare quando taglia del legno, si propagò nell’aria rendendo confuse ed irreali le immagini di Hugh, Hutchinson e Sean, i quali cercarono di utilizzare l’acqua di un pozzo per spegnere l’incendio. Si aiutarono con una pompa di gomma ed un sistema di pescaggio manuale per cercare di spruzzare un getto sufficiente fin sopra le alte lingue di fuoco. I nuovi arrivati cominciarono a darsi da fare prendendo frasche con foglie verdi e spensero i focolai che cercavano di formarsi oltre il rogo della stalla. Al centro di tutti vi era Peter. In piedi, madido di sudore, con in mano due sputafuoco aliene ed ai piedi un essere umanoide, rannicchiato in una posizione fetale e ancora dolorante alle estremità degli arti superiori. Aveva quasi del tutto perduto il proprio indumento e si poteva così osservare la strana conformazione della sua pelle. Grinzosa, glabra, essa assomigliava terribilmente a quella di un elefante. Ma nulla di simile si era visto sulla Terra per quanto riguardava la testa. Essa era costituita da una massa compatta di struttura ovoidale dai colori meno netti. I Fuochi Fatui erano azzurrognoli. Unica eccezione, appunto, era la testa. Quest’ultima non aveva un colore ben definito, era più una miscela di rosso, marrone, rosa e blu, disposta a chiazze, a macchia di leopardo. Quell’alieno sofferente ai piedi di un Peter provato ma trionfante segnò per sempre il cuore e lo spirito di ogni membro del Clan. Sembrò di vivere una storia da leggenda ed era difficile credere che non lo fosse. Quando Peter parlò, anche il fuoco parve ammutolirsi. -Hugh!- Peter cercò di attirare l’attenzione del Professore. -Si, Peter?- Chiese Hugh come presentendo che l’amico aveva in mente qualcosa per uscire da quella nefasta situazione. -Ricordi quello che mi dicesti sul libro che colpì Elizabeth?- Domandò Peter. Hugh rifletté per qualche istante sulle parole dell’amico, cercando di comprendere che cosa stesse cercando di suggerirgli. Poi, capì. Ed un sorriso compiaciuto si dipinse sul suo volto scavato e tirato per la fatica. -Geniale.- Esclamò Hugh e chiamò a sé Mortimer e Kurt, ai quali sottrasse momentaneamente le lanciaraggi. -E tu come farai?- Domandò il professore. -Ho un’idea.- Rispose prontamente Peter. Detto ciò, entrò nel vecchio casolare, aprì rumorosamente alcuni cassetti delle credenze della cucina, prese una manciata di cucchiaini e li piegò fino a formare un angolo retto. Quindi uscì e raggiunse Hugh. -Presto. Rifugiatevi dietro la casa. Tutti quanti.- Esclamò Hugh. -Lasciate stare l’acqua. Se avremo ragione, tra pochi istanti sarà tutto finito.- Fece Peter, non nascondendo una certa eccitazione. I membri del Clan obbedirono senza riluttanza. Sapevano benissimo che sarebbe stato quasi impossibile domare quell’incendio, il quale rischiava di propagarsi in tutti i boschi della zona, con quell’attrezzatura di fortuna. Se Hugh e Peter, i quali sembravano agire con perfetta sintonia, avevano un’idea per salvare la situazione, nessuno lo avrebbe impedito. Quando tutti si furono appostati dietro le solide mura della casa, i due amici alzarono le quattro sputafuoco, due a testa, puntando verso un costone roccioso. Si guardarono negli occhi e, quando Hugh diede il via, spararono. La montagna parve urlare dal dolore e per un intero minuto non si vide ne sentì più nulla. I secondi scorrevano inesorabilmente lenti e i membri del Clan si domandarono se l’idea di Hugh e Peter avesse avuto successo. Gli stessi due amici pregarono il loro Dio che l’incendio si fosse finalmente placato. Trascorso quell’interminabile serie di secondi, il buio tornò ad avvolgere quel piccolo angolo di mondo. Hugh e Peter, sorridendo per la felicità, si abbracciarono festanti, saltarono, urlarono come pazzi invasati. A quel punto, anche gli altri compagni si unirono ai festeggiamenti e li raggiunsero. La polvere, la sabbia, lo spostamento d’aria, prodotte dai colpi sparati dai due amici avevano soffocato le fiamme e restituito a quelle montagne la loro splendente immagine di sempre. -Sei un ottimo ascoltatore… anche tu.- Disse Hugh rivolgendosi all’amico. -Sei un ottimo professore… anche tu.- Contraccambiò con grande sincerità Peter. Il resto del Clan, Lesley compresa, non capirono a cosa stessero alludendo i due amici ma si bearono per lo stupendo risultato raggiunto. L’incendio era stato spento, la missione era ancora in corso, la strada era sgombra, il gruppo aveva guadagnato due lanciaraggi in più. C’era molto di cui essere soddisfatti. Se il buon giorno si vede dal mattino, quello che sarebbe seguito doveva essere a dir poco trionfale. Peter ordinò che un quartetto di componenti del gruppo di Mortimer ritornasse al campo e sorvegliasse il prigioniero. Il loro compito sarebbe stato, dopo un’ora circa, quello di portare tutti i rimanenti membri del Clan, bambini compresi, sulla strada per il Castello. Di questo gruppo, con sua enorme felicità, avrebbe fatto parte anche Mortimer. Gli altri membri che Peter e Hugh scelsero, dopo un conciliabolo con Sean e Hutchinson, furono Jack, Vicky e George. Particolare attenzione, Peter rivolse alla sorveglianza del prigioniero e si sentì di suggerire qualcosa ai partenti. -Colpitelo al collo, se se ne presenta la necessità.- Parlò Peter con un carisma che cresceva a vista d’occhio. Detto questo incitò gli altri a seguire lui e gli altri amici nella presa del Castello, tra il tripudio generale. Mortimer, che prima di andare aveva cercato di ricordare a tutti la grande lungimiranza del Capo Clan fu zittito e messo in minoranza dalla folla e dagli altri membri del Consiglio. Tutti seguirono i due amici nella strada per il Castello. Impiegarono alcune ore ad arrivare sul posto e Peter invitò la sua gente a procedere in silenzio e con cautela. La zona sembrava calma, tuttavia entrambi i capofila si mossero con circospezione, proprio come avrebbe dovuto essere sin dall’inizio: sempre un passo avanti agli altri. I membri del Clan, con atteggiamento fiero e pronto alla pugna, giunsero alle porte del vecchio maniero. Ne costeggiarono l’imponente muraglione. Il recinto era protetto da torrette squadrate e pentagonali, munite di fenditure. Il muro a speroni era una vera e propria struttura di sostruzione per la cinta di difesa. Difficile ipotizzare che gli extraterrestri potessero utilizzare quella costruzione fatta su misura per gli umani per dar vita ad una micidiale imboscata. Lanciarono funi con pesi e si arrampicarono fino ad arrivare ai camminamenti delle sentinelle. Penetrarono all’interno ma non trovarono alcun tipo di resistenza. Il Castello era incustodito. La battaglia vinta ancor prima di incominciarla. Felici, urlarono di gioia fecero festa. La prima, vera, da lungo tempo. Qualcuno tirò fuori dallo zaino alcune stoffe e tutti, improvvisamente, si zittirono. Si osservò in religioso silenzio quanto stava accadendo. Christian tirò verso il basso una corda agganciata ad un pennone sul piazzale. Tolse il drappo che era sistemato in cima e vi legò il nuovo. Era un tessuto dai colori verde e blu, a quadri incrociati. Era il tartan del Clan. Fu issato fin sulla cima e lentamente, quasi a tempo di musica, uno ad uno, i presenti sul piazzale scandirono con impeto sempre crescente le parole Truth conquers -Truth conquers…- i combattenti urlarono il proprio motto in lingua inglese, forti e fieri, e con ciò riaffermando il diritto di vivere secondo le proprie regole, nei luoghi dove erano nati e dove avevano vissuto i loro padri e innumerevoli avi di generazioni precedenti. Il suono di quelle parole incitava quella gente orgogliosa della propria terra e delle proprie tradizioni In Scozia nessuno aveva mai usato, quale portacolori, un tartan altrui. In altri tempi, se proprio non se ne possedeva uno si sarebbe usato uno di quelli etichettati come "liberi" o molto più testardamente se ne sarebbe creato uno personale e lo si sarebbe registrato presso la Scottish Tartan Society. Lo stupendo risultato che la storia del Clan e l’attacco alieno avevano ottenuto non era la tolleranza, e nemmeno la convivenza bensì la coesione. In nome di un obiettivo comune accettato e fortemente voluto da tutti si erano cementati i rapporti personali di un manipolo di strenui difensori della razza umana. Il motto del Clan Keith è (in latino) Veritas vincit/la verità vince. Peter imparò sulla sua pelle cosa stesse a significare. Fu un trionfo. Per tutta la seguente parte della giornata trasferirono uomini e cose dal vecchio rifugio al Castello. Seppellirono ciò che rimaneva dei cadaveri del Clan Macgovern e ne ereditarono le proprietà rimaste nel vecchio casolare. L’eccitazione di quello sparuto gruppo di scozzesi salì alle stelle. Passarono i giorni e le settimane. A Hugh, ovviamente, non gli riuscì di stabilire una comunicazione con l’alieno, vuoi per la complessità e la diversità del linguaggio, vuoi perché esso era costantemente preda di dolori fortissimi agli arti. Concluse che le armi dei Fuochi Fatui fossero in realtà delle appendici biomeccaniche innestate su terminali nervosi. Peter, dal canto suo, venne acclamato come un eroe e le sue gesta avevano ottenuto l’effetto di oscurare il carisma di Keith e la sua leadership nel Clan. La gelosia di Alan nei suoi confronti diventava ogni giorno che passava sempre più palese. Tuttavia, sotto la spinta di Peter, il Clan decise di dare un seguito alla scorribanda di quella notte e le iniziative contro i Fuochi Fatui divennero prerogativa principale, tanto che si ottennero due grossi risultati. Alcuni gruppi di umani sopravvissuti si unirono a Hugh e compagni e una parte importante di Edimburgo fu liberata dal giogo alieno. La prima zona, fra tutte quelle strappate al dominio extraterrestre, fu la zona del porto. L’obiettivo di Peter era chiaro: cercare gli umani fatti prigionieri nella speranza di ritrovare la sua famiglia. La strategia offensiva del Clan era colpisci e terrorizza. Attacchi isolati, accerchiamento del nemico e sottrazione delle preziose armi divennero una costante nelle azioni del gruppo. I Fuochi Fatui venivano lasciati in terra, doloranti, allo scopo di terrorizzare i propri compagni. In breve tempo, venne costituito un arsenale ed un vero e proprio esercito. I membri del gruppo prendevano sempre più dimestichezza con l’uso delle micidiali lancia raggi aliene. Essi scoprirono che il loro principio era simile a quella del forno a microonde. Veniva prodotta una tale quantità di calore che gli oggetti e le creature colpite venivano spazzate via in modo pirotecnico. I bambini del Clan, intanto, crescevano e nei loro giochi era Peter l’eroe senza macchia e senza paura, il cacciatore di alieni, l’uomo che poteva essere colpito dalle sputafuoco senza subire danni. Sonja Davidson, la più affezionata di loro, stabilì con lui un ottimo rapporto tanto che, per un po’ di tempo, ella parve dimenticare la perdita dei propri genitori e Peter sentì meno pesantemente la mancanza dei suoi due figli. Il cibo cominciava ad abbondare. La possibilità di accedere ai magazzini ed alle celle frigorifere della città non ancora distrutte, anche se ormai da tempo prive di energia, e l’aumento del territorio e del suo controllo, facevano sì che il Clan Keith potesse essere in grado di imporsi quale gruppo coagulante per una seria forza di resistenza all’invasione aliena. Alan, invece, mano a mano che il suo ruolo perdeva di autorità, aveva cominciato a reclutare persone per formare un suo gruppo di potere all’interno del Clan. Hugh e Peter formavano di fatto il gruppo dirigente, insieme a Sean e ad Hutchinson, e ad essi si aggiunse Lesley, la quale con le sue conoscenze mediche assumeva un ruolo fondamentale nelle decisioni che venivano prese. Le notti di festeggiamenti si susseguirono una dopo l’altra. Era difficile non entusiasmarsi per i risultati raggiunti e per le quotidiane dimostrazioni che l’umanità, data per spacciata dagli invasori, stava risorgendo con un impeto ed un furore in grado di travolgere qualunque avversario. Le dimostrazioni che, nonostante la guerra, nonostante i combattimenti, nonostante la ferocia degli assalti, la parte più nobile dell’animo umano trovava eguale spazio e dinamica applicazione erano sempre più frequenti. I nuovi membri, raccolti in condizioni spesso precarie, avevano bisogno di una cura, di un amore, di un rispetto, che Lesley, Mandy e il pool di persone che avevano formato, con il beneplacito del nuovo Gran Consiglio del Clan, erano sempre più in grado di dare. Peter guardava compiaciuto alcuni risultati straordinari ottenuti dal Clan. Un velo di tristezza stringeva il suo cuore in una forte morsa quando disperava di poter ritrovare sua moglie ed i suoi due figli, che non vedeva da troppo tempo. Una sera, mentre si trovava seduto in terra, sul piazzale del Castello, durante un fuoco di bivacco ed una festa danzante del Clan, le sue meditazioni vennero interrotte da una voce amica. -Ciao Peter.- Disse Sonja con voce squillante. -Ciao Sonja- Rispose Peter sorridendo. -Pensi che un giorno se ne andranno?- Domandò la bimba saltando sulle sue ginocchia, in modo delicato, insieme a Miss Suzy. -Solo quando ciò che perderanno con l’invasione risulterà essere maggiore di ciò che guadagnerebbero. Ti faccio un esempio. A te piacciono i dolci?- Chiese Peter con determinazione. -Si. Per merenda, mia mamma e cucinava sempre le cialde alla marmellata di pere.– Rispose Sonja con un velo di tristezza. -Bene. Se tu ti sporgevi un po’ troppo verso il forno e nel prendere una di queste cialde ti scottavi, perché era ancora troppo calda, ritiravi la mano, giusto?- Fece Peter pungolando la bimba. -Si. Immagino di sì. Vuoi dire che se noi saremo sempre caldi loro torneranno da dove sono venuti?- Chiese Sonja con interesse. -Una cosa del genere.- Rispose rilassato Peter. Sonja rifletté per alcuni istanti sulle parole di Peter. Poi con il suo solito atteggiamento vispo e sbarazzino riprese il colloquio. -Posso dirti una cosa?- Domandò Sonja quasi implorando. -Ma certo.- Rispose confuso Peter, non capendo che cosa volesse dire la piccina. -Sono contenta che ci sia tu a cucinarci le cialde.– Concluse sorprendentemente Sonja. Peter rise come non aveva più fatto da diversi mesi. La bimba, felice, si alzò e andò a raggiungere i suoi compagni più giovani. La forte amicizia con Peter le aveva fatto guadagnare un grande rispetto da parte loro. Anche Lesley, la quale aveva udito ogni parola del loro dialogo si avvicinò e si sedette di fianco a Peter, il quale sembrava ancora assorto nei propri pensieri. -Splendida luna, questa sera.- Esordì la donna. Peter si accorse solo in quel momento del medico. Alzò lo sguardo verso il satellite terrestre. -Sì. È una delle poche cose che gli alieni non ci hanno rubato.- Replicò serenamente. Lesley rimase interdetta. La risposta di Peter l’aveva colta di sorpresa. -Ma… come fai?- Domandò curiosa. -Prego?- Chiese a sua volta Peter che non aveva compreso il senso di quella strana domanda. -Voglio dire… come riesci ad essere così sicuro di te, così coraggioso ed eroico nelle situazioni critiche, ed anche…- Si interruppe la donna. -… anche?- La incalzò Peter. -… così sensibile. Sonja è entusiasta di te e non perché sei il cacciatore di alieni. Perché riesci ad infonderle sicurezza, serenità. Ognuno di noi ha perso qualcuno. Sonja non ha perso solo i genitori. Ha perduto il sorriso, la fiducia in se stessa. Si sveglia di notte in preda a degli incubi, spesso urlando. Questo prima di incontrare te. Tu le hai restituito la voglia di continuare a vivere.- Concluse Lesley. Peter si voltò per vedere quanto stava accadendo le sue spalle. La gente del Clan continuava a ridere ed a ballare al tepore del fuoco ed alla luce della luna. -Avanti, il tuo medico dice che hai bisogno di dormire. Per oggi le emozioni sono state sufficienti.- Riprese la donna. Detto ciò, prese Peter, gli piegò la schiena fino a coricarlo sull’erba. Quindi appoggiò il capo sul suo petto e distese una delle coperte di paille che erano state recuperate quella notte e chiuse gli occhi, addormentandosi accanto a lui. Peter sorrise compiaciuto. Quella sarebbe stata una notte perfetta. Se solo Brooke, Harry e James fossero stati ancora vivi. Se gli alieni non fossero mai giunti sulla Terra

Nessun commento:

Posta un commento