lunedì 11 gennaio 2016

Poteri forti

Mi è capitato spesso di scambiare opinioni con persone che, mi sono accorto in ritardo, non avevano ben chiaro quali sono le differenze tra ricchezza e potere. Ne approfitto per spiegarle in questo articolo utilizzabile anche come promemoria riservato. La ricchezza “è quella condizione di agio economico, tipicamente connessa alla larga disponibilità di beni materiali e denaro”. Il potere, dal canto suo, è “la capacità di ottenere obbedienza”. Viene da sé che spesso alla ricchezza consegue il potere ma tale formula non è precisamente matematica. Così come chi ha potere non necessariamente è sempre ricco. Analizziamo ora il termine “ricchezza”. La condizione essenziale per definirsi ricco è, dunque, il possesso di beni materiali o di denaro. La definizione (e non a caso) non tiene minimamente conto della capacità di possedere le persone e di far loro compiere le volontà del facoltoso in questione. Certo, le capacità di convincimento sono facilitate ma non sono conseguenti. Poniamo il caso di Donald Trump, considerato uno degli uomini più ricchi al mondo, candidato alla Presidenza degli Stati Uniti d'America. Se ricchezza e potere fossero sinonimi la gara all'interno del Partito Repubblicano e poi contro il rivale del Partito Democratico sarebbe una pura formalità ma così, fortunatamente, non è. Il potere si ottiene, quindi, con la capacità di gestire il denaro, con l'autorità e la competenza e con la seduzione. Per farsi obbedire da qualcuno occorrono fascino, carisma e non solo disponibilità economiche. Un esempio su tutti è stato Gandhi. Non è certamente con i soldi che ha saputo guidare la ribellione di un intero Paese, l'India, fino alla sua naturale indipendenza. L'amore stesso è una delle maggiori fonti di potere e fa compiere quotidianamente e in tutto il mondo gesti di obbedienza propri del potere. Gandhi sosteneva che «sono le azioni che contano. I nostri pensieri, per quanto buoni possano essere, sono perle false fintanto che non vengono trasformati in azioni. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo.» Quando si parla dei poteri forti, perciò, e concludo, ricordiamoci che la ricchezza conta ma solo perché noi pensiamo che abbia un grande valore, sminuendo la forza naturale posseduta dal fascino, dal carisma e soprattutto dall'amore. La paura condiziona le nostre azioni e conferisce potere a chi ci spaventa. Come spesso accade siamo noi stessi i nostri peggiori avversari e altri sanno approfittarsi di questa nostra debolezza. Pier Giorgio Tomatis

martedì 3 novembre 2015

Mal di pancia

Quella del Pifferaio magico è una fiaba tradizionale tedesca. Ad Hameln, in Bassa Sassonia, nel 1284, un uomo con un piffero si presenta ai cittadini offrendo i propri servigi per disinfestarla dai ratti e trovando appoggio nel borgomastro. In cambio ottiene la promessa di un adeguato pagamento. Il musico inizia la sua opera e i ratti, come ipnotizzati, si mettono a seguirlo fino al fiume Weser, dove muoiono annegati. La gente del paese si rimangia la parola e decide di non onorare gli accordi. Il Pifferaio, allora, sceglie di vendicarsi e attira dietro di sé tutti i bambini della città mentre i genitori sono in Chiesa per la funzione. Centotrenta bambini vengono rinchiusi in una caverna nella quale muoiono tutti (nella versione più popolare della fiaba). I Pifferai magici di oggi (finale crudele a parte) sono ancora legati al denaro e per alcuni anni hanno rappresentato un moto di ribellione al sistema sociale imperante (erano i mitici anni Sessanta). Poi, forse per colpa anche nostra, la ricchezza ha così ottenebrato i loro talenti musicali che hanno perso contatto con la realtà tanto da esser loro i rinchiusi nella caverna. E stupefacente scoprire quanto la musica e le canzoni di protesta abbiano influito sull'economia e la politica del secolo scorso e come risultino impalpabili e fastidiosamente kitsch oggi. Ricordate almeno 3 grandi successi delle hit-parade che parlino della Crisi e lancino un messaggio di protesta o di speranza per il presente ed il futuro? Io non ne ricordo. Del resto, comprendo come sia difficile per dei musicisti parlare di sofferenza quando si ha la pancia piena. Speriamo almeno che sentano i sintomi di una colite spastica. Sarebbe loro molto utile per prendere coscienza di quanto sta accadendo nel mondo. A tutti gli altri... Pier Giorgio Tomatis

martedì 13 ottobre 2015

Piste ciclabili

C’è chi adora le piste ciclabili, c'è anche chi le considera un ghetto, qualcuno le vuole protette (per rilassarsi quando pedala), chi unite tra loro per poter fare percorsi più lunghi, c'è chi le vuole nel pieno centro delle città e chi, invece, con percorsi panoramici lontano dallo smog, c’è chi va in bici soltanto se ce ne sono (il bike sharing), chi le trova invece inutili. A Pinerolo Attiva ne abbiamo discusso. Molto. Contrariamente a quanto abbiamo recentemente sentito dire da un nostro collega d'opposizione, il Comitato di cui sono portavoce discute e motiva le proprie scelte che sono nette ma che sono figlie di opinioni molto variegate che trovano però, nella riunione assembleare, un punto di convergenza che va bene per tutti. Gli altri facciano come vogliono e decidano ciò che gli pare. Quando Pinerolo Attiva esprime il proprio parere guarda all'utilità della proposta e non ai rapporti personali esistenti coi proponenti. E qual è, dunque, l'opinione della nostra Assemblea? Partiamo dalle criticità del progetto e dalle obiezioni che sentiamo di dover porre all'attenzione di tutti. Pinerolo ha un manto stradale che è un problema. Serio. Ha anche un problema di reperimento di fondi in un clima generale di crisi che non consente di prospettare investimenti. Ipotizzare la creazione di percorsi stradali dedicati ai ciclisti è pericoloso se non è seguito con la giusta attenzione. Se un progetto di ciclabilità viene lasciato a se stesso come si è purtroppo fatto col Bike Sharing si accomuna al suo identico destino. Se si intende “ciclare” Pinerolo bisogna partire dal presupposto che una buca sulla strada procura un danno ad un mezzo (nel caso di transito automobilistico), invece un serio problema di sicurezza fisica per una persona (nel caso di transito di un ciclista). Se non riusciamo a tenere in sicurezza le strade crediamo sia un suicidio aggiungere anche le piste pedo-ciclabili. Il traffic calming è, secondo la nostra assemblea, assolutamente critico per il momento economico che vive la città. Aumenterà l'inquinamento e col tempo porterà una disaffezione dei cittadini delle vallate vicino a noi o dei comuni della pianura verso Pinerolo. Se la nostra città, dove già ci sono difficoltà di collegamento, diventa una gabbia mi spiegate perché abbiamo fatto l'autostrada Torino-Pinerolo? Otterremo il risultato di far uscire gli automobilisti a Riva o Piscina, saltandoci a pié pari. Poi non lamentiamoci se non saremo più un'attrattiva per tanti. La disaffezione, ovvio, nascerà dagli strumenti messi in campo dall'Amministrazione per far rispettare la zona 30: telecamere, autovelox, posti di blocco, ecc. Tradotto in qualcosa di pratico: multe su multe. Premesso che noi riteniamo che tutte le idee, osservazioni, richieste ecc. da qualunque parte provengano vengano analizzate e, se valide, realizzate ci sembra che anche nel caso di questa delibera si tenda più ad accontentare qualcuno perché smetta di gridare piuttosto che risolvere effettivamente un problema grave come quello della mobilità nel contesto cittadino. Sarebbe infatti urgentissimo realizzare il nuovo Piano Urbano del Traffico attraverso il quale si potrebbe arrivare, se correttamente realizzato, ad una mobilità cittadina valida armonizzando i vari mezzi (auto, bus, bici, moto). Non è certo con provvedimenti presi a casaccio che si risolvono i problemi. La realizzazione di una pista ciclabile su corso Torino è estremamente impattante sulla mobilità di tutti gli altri veicoli per cui, pur non escludendo in assoluto la possibilità che sia fattibile, ha senso solo se inserita nel nuovo P.U.T. in quanto è molto probabile che si debba spostare una parte del traffico auto su altre strade. Al momento attuale non riteniamo comunque che questa sia una priorità in quanto vista la situazione economica spendere 300000 euro in una pista ciclabile non sembra proprio tanto gradito dai cittadini. Per le piste già esistenti è giusto che vengano fatti gli interventi manutentivi necessari. Riguardo alla possibilità di andare contromano nessun problema se previsto nel codice della strada ma per ora non è così; di conseguenza, non si può chiedere alle forze di polizia di andare contro quanto scritto nel codice. In conclusione, vi sono delle proposte valide ma sono completamente staccate dal contesto della mobilità cittadina. Un'eventuale integrazione può essere fatta solo con un nuovo P.U.T. Pier Giorgio Tomatis

lunedì 29 giugno 2015

USIS


Sappiamo tutti chi sia Al-Baghdadi e cos'è il fantomatico califfato del terrore che governa (l'ISIS). Un po' meno famoso è John McCain. Al di là del forte richiamo nel suo cognome ad un personaggio biblico (Caino), il senatore repubblicano, ex candidato alla Casa Bianca che ha conteso la presidenza della Repubblica a Barack Obama, deve una triste e recente fama proprio a Ibrahim Al-Badri che, con il nome di Abou Bakr Al-Baghdadi, è il Califfo del Terrore, il padre-padrone dell'ISIS. Non molto tempo fa, era il febbraio del 2011, il nostro senatore ebbe una serie di incontri (in Egitto e Libano) per lanciare la primavera araba e rifornire di armi le fazioni ribelli nel Medio Oriente. Anche se l'iniziativa di McCain non era (pare) stata concertata con il Governo statunitense, la notizia ha comunque grande rilevanza politica perché dimostra che armi, servizi e preparazione bellica di coloro che formano oggi l'organizzazione terroristica al primo posto nella Lista Nera Internazionale è di matrice americana. Le radici della repentina crescita di questa formazione sono da ricercarsi proprio tra le fila di chi (sembra) vuole contrastarla oggi con ogni mezzo e con ogni alleato. L'ISIS potrebbe cambiare il proprio nome in USIS e ricordare la mitologia greca con le vicende che legano Cronos e Zeus e nessuno avrebbe nulla da obiettare...

giovedì 16 aprile 2015

Euronomics

Vi siete mai domandati quanto costa stare in Europa? Avete mai pensato a quale sia il prezzo pagato per aver giurato fedeltà a questo aborto istituzionale (e mi scuso per aver offeso involontariamente i feti)? Da quando l'Unione è diventata realtà alcuni cittadini italiani (non tutti, per la carità) se ne sono sobbarcati il costo. Altri, i più furbi, i più ricchi, i più raccomandati, i più inseriti nei salotti che contano, sonon scappati all'estero come conigli per pagare meno tasse (tanto qualcuno penserà a farlo per loro). E' comodo parlare di Europa e di come deve cambiare l'Italia per “tenere botta” con i Paesi emergenti, le grandi economie asiatiche o i petrolricchi, da una comoda poltrona imbottita in Belgio, nel Regno Unito, in Svizzera, in Lussemburgo, nell'est ex-sovietico o negli USA. E, intanto, i nostri giovani debbono emigrare per “fame” in cerca di lavoro esattamente come hanno fatto i loro avi. I nostri avi. Questa Europa assurda, iniqua e illiberale, non si merita di avere tra i membri fondatori un Paese come l'Italia, ricco di Storia e tradizioni, di creatività e di orgoglio, di capacità e intraprendenza. Solo una classe politica cieca e interessata può aver avallato la formazione di questo carrozzone legislativo che bada benissimo ai desiderata dei banchieri internazionali, delle grandi multinazionali e di quelle due nazioni che di fatto comandano la Troika: Germania e Inghilterra. L'Italia deve uscire dall'Europa prima che chi la sta derubando abbia finito il proprio lavoro. Dopo non servirà più a niente.

mercoledì 8 aprile 2015

Non aprite quei luoghi comuni

In politica esistono i luoghi comuni? Proviamo a scoprirlo insieme."Si stava meglio quando si stava peggio". Nato ovviamente con un altro intento, questo luogo comune ben si adatta al clima politico. Esso indica come il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica (a livello economico) sia stato tutt'altro che indolore. "Non esistono più le mezze stagioni". Pur se bisognoso di qualche aggiustamento, il detto può celare una velata critica alla stampa, all'Informazione, rea di veicolare in tempi di crisi messaggi governativi ottimistici sulla cosiddetta ripresa (che continua a non arrivare). Si passa, dunque, dalle manovre "lacrime e sangue" a quelle per "cavalcare la ripresa". La stagione di mezzo, ovviamente quella che invece si sta vivendo, la più lunga e fredda in assoluto, sembrerebbe non esistere più. Ma c'è. Eccome. "Gli uomini con gli amici parlano solo di calcio e di sesso". Se c'è un risultato che va ascritto alla nostra classe politica è proprio che hanno saputo far cambiare dieta ai maschi italiani. Oggi, il pour parler è fatto di tasse e soldi, di come arrivare alla fine del mese. A suon di manovre fiscali, maschi e femmine d'Italia parlano la stessa lingua e non ci sono più i monologhi in stanze diverse. "I professori di una volta erano vocati; quelli di oggi prendono solo lo stipendio". Per forza, con i nuovi contratti è un miracolo arrivare a prenderne uno ragion per cui è proprio così disdicevole desiderare di arrivare alla fine del mese? No. Penso proprio di no. "C'è la Crisi ma i ristoranti sono pieni". Il problema è che con le imposte e tasse di oggi non è difficile riempire un locale ma guadagnarci. Occorre che i clienti paghino e lo Stato non si rubi tutto l'incasso. Nei ristoranti, del resto, potrebbe esserci una nutrita delegazione di "eletti" e, si sa, ciò che questi delegati spendono ricade sulle tasche dei cittadini italiani. In conclusione, voglio citare il proverbio più politico ed attuale in assoluto. Si tratta di un "luogo comune" molto conosciuto e diffuso nell'immaginario collettivo. "Non mi conosci e quindi non mi puoi giudicare". Alzi la mano quel Giudice che è senza peccato e che conosce vita, morte e miracoli del politico che beffardamente sbatte in prima pagina, espone al pubblico ludibrio. Per giudicare occorre guardare il curriculum vitae e non l'esistenza del reato. Giusto? Lo immaginavo.

sabato 28 marzo 2015

(Exit) Poll Fiction

Una recente tendenza della politica nostrana è quella di anticipare una notizia economica allo scopo di guadagnare punti nei sondaggi o credibilità nei mercati. Come se non bastassero i danni che i “rapporti trimestrali” fanno alle aziende e all'azionariato, ecco che il sistema si rinnova aumentando gli strumenti a disposizione. Se il mercato mondiale fosse uno smartphone si potrebbe affermare che si è arricchito di una nuova app: la (Exit) Poll Fiction. Il meccanismo è semplicissimo. Pur di anticipare dei risultati positivi da sbattere in prima pagina e da portare trionfalmente in televisione, si è inventata la pre-notizia, il pre-annuncio, il pre-dato. Così, con abilità di consumati prestigiatori, i mezzi di informazione hanno diffuso ipotesi e congetture, idee e presupposti, che fino a ieri erano di dominio di chi giocava d'azzardo con la finanza. Oggi, la paternità di questo movimento di fiches è (anche) dell'Esecutivo. Confusi e sorpresi leggiamo e ascoltiamo notizie che ci illuminano sul futuro in questo modo: “Dopo i dati preliminari diffusi a metà marzo dal presidente dell’Inps Tito Boeri”(Il fatto quotidiano, 27-3-15), “dalle stime Istat emerge come il tasso di disoccupazione a dicembre risulti in forte calo. Si parla del 12,9%” (Si24, 30-1-15), “Abbiamo attraversato una fase emergenziale di crisi economica. Ne siamo fuori? Credo di sì, perché segnali univoci vanno in quella direzione” (Renzi su Il messaggero, 17-3-15), “Il Pil italiano crescerà dell'1,1% nel 2015 e dell'1,4% nel 2016. Lo rende noto il direttore dell'ufficio studi di Confcommercio” (Tgcom24, 28-3-15). Fare una previsione (spacciandola per dato di fatto), parzializzare un'analisi statistica, dare un'interpretazione emotiva a formule matematiche, sono esempi di pura manipolazione. Di per sé, non è cosa sbagliata a meno che non lo sia il motivo per il quale viene fatta. Su questo tema intendo giudicare l'operato dell'Esecutivo, della politica italiana e degli analisti. Se questa frenesia ed imprecisione servirà a convincere gli stranieri ad investire ed a credere nell'Italia e nei suoi abitanti allora penso che questo comportamento sia giustificabile e degno di indulgenza. Nel caso gli obiettivi fossero differenti, invece...

lunedì 16 marzo 2015

Non è un Paese per onesti

Che l'Italia non sia propriamente un Paese dove la Giustizia regni sovrana è cosa risaputa. Del resto, la Criminalità Organizzata ha un sistema ben radicato sul territorio ed influenza la politica, l'economia e la società avendo abbattuto gli storici confini regionali. Sull'argomento, voglio invitare alla riflessione. Ci si è mai chiesto che cos'è il “carcere duro”? Nato nel 1977, con l'obiettivo di contrastare il terrorismo brigatista di quegli anni, è stato esteso ai mafiosi e rinnovato nel 1992 dopo la strage di Capaci e di Via D'Amelio. Prevede il massimo isolamento, stretta sorveglianza, colloqui limitati, contatti con l’esterno rigidi controllati (una telefonata al mese, riservata esclusivamente ai familiari più stretti i quali, per essere contattati, devono recarsi di persona presso il carcere della propria città per ricevere la telefonata), alimenti e oggetti personali in limitata quantità. Ad oggi, dunque, il 41 bis si applica per: delitti commessi per finalità di terrorismo, anche internazionale, o di eversione dell’ordine democratico mediante il compimento di atti di violenza; delitto di associazione per delinquere di tipo mafioso; delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'associazione mafiosa ovvero al fine di agevolare l’attività delle associazioni mafiose; delitto di associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope; delitto di riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitù; delitto di chi, utilizzando minori degli anni diciotto, realizza esibizioni pornografiche o produce materiale pornografico ovvero induce minori di anni diciotto a partecipare ad esibizioni pornografiche e chi fa commercio del materiale pornografico predetto; delitto di tratta di persone; delitto di acquisto e alienazione di schiavi; delitto di violenza sessuale di gruppo; delitto di chi induce alla prostituzione una persona di età inferiore agli anni diciotto ovvero ne favorisce o sfrutta la prostituzione; delitto di sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione; delitto di associazione per delinquere finalizzata al contrabbando di tabacchi lavorati esteri. Le carceri dove è possibile trovare detenuti in tale regime penitenziario sono 12 e cioè: Cuneo, L’Aquila, Marino del Tronto (AP), Novara, Parma, Pisa, Rebibbia (Roma), Secondigliano, Spoleto, Terni, Tolmezzo (Ud), Viterbo. In pratica, nonostante la nomea di “carcere duro”, il 41 bis altro non è che quello che all'estero viene semplicemente chiamato incarcerazione in “cella di isolamento”. A mio modesto modo di vedere, sarebbe auspicabile prevedere l'allargamento di tale pena anche per chi commette altri reati. Io credo che le nostre Forze dell'Ordine (che ritengo siano sottopagate per i rischi che corrono) debbano ricevere delle maggiori tutele. A questo proposito, coloro che si macchiano di reati che coinvolgono dei nostri agenti meritano il “raddoppio della pena”. Allo stesso modo, per proteggere ulteriormente l'onorabilità delle Forze dell'Ordine stesse, quegli agenti che vengono condannati per dei reati dovrebbero ricevere lo stesso trattamento. Lo Stato sembra essere impotente quando prova a combattere la Mafia silente, quella mercatista, quella che appare perbene e che ti vende beni e servizi a prezzi molto concorrenziali e uccide l'imprenditoria onesta che non può sostenere il confronto avendo meno disponibilità di mezzi. Ebbene, nonostante il redditometro ed altre diavolerie del Fisco nessuno pensa di vietare per Legge il sottocosto o indaga sui prezzi estremamente bassi praticati da questo tipo di attività commerciali. E sempre per parlare di Mafia, molti storceranno il naso nel sapere che, mentre per un individuo onesto che non riesce a pagare i propri debiti con le banche o Equitalia, subisce il pignoramento e la vendita dei propri beni, la Giustizia italiana non è altrettanto celere con la Malavita Organizzata. I beni sottratti ai mafiosi, infatti, possono essere espropriati solamente dopo il 3° grado di giudizio e a quel punto, per lo Stato, sono una spesa anziché un introito. Un'altra incongruenza giuridica tutta da rivedere è legata alla corruttela. Se un imprenditore denuncia il mafioso al quale ha pagato una tangente le nostre Leggi lo premiano. Se un cittadino denuncia un pubblico ufficiale al quale ha pagato una tangente può essere condannato sino a 3 anni di galera. Viene da sé che questo disincentivo limita fortemente la lotta alla corruzione. Ma come detto, l'Italia non è un Paese per onesti...

giovedì 19 febbraio 2015

Todos somos Mourinho


Il titolo, ovviamente provocatorio trattandosi di un articolo scritto da un fervente milanista, è quanto di meglio potesse suggerirmi il mio estro per sintetizzare (oltre al denaro) cosa manca in questo momento al nostro Paese per migliorare società civile ed economia. Calcisticamente parlando, José Mourinho è universalmente riconosciuto come il più famoso degli allenatori-MOTIVATORI. Se proviamo a rifletterci un po' su possiamo immaginare cosa potrebbe essere la nostra società se ci fosse un José Mourinho in ogni posto chiave. Pensiamo a cosa sarebbe l'Italia se il Presidente della Repubblica fosse un motivatore. Il primo degli italiani, con un carattere ed un carisma alla Pertini, potrebbe stimolare una classe politica tra le peggiori della nostra storia a rendere al 100%, a gettare il cuore oltre l'ostacolo, “a trasmettere la vittoria in campo”. Se il Presidente del Consiglio fosse uomo in grado di spronare il suo Governo e a donargli tensione positiva e concentrazione riuscirebbe a centrare i risultati con velocità, efficacia ma anche senso di Giustizia in modo da conquistare gli italiani senza bisogno di manipolarne il consenso. Questa rivoluzione potrebbe andare oltre. Potremmo trovare motivatori nelle aziende, nelle scuole, nelle famiglie, nell'arte. Sarebbe fantastica un'Italia piena di Mourinho e se a scriverlo è un milanista DOC potete davvero crederci.

giovedì 9 ottobre 2014

RAUS-TERITY

Austerity è un termine che sta ad indicare un certo periodo della Storia del secolo scorso e precisamente il biennio che va dal 1973 al 1974. Molti Paesi europei a fronte di seri problemi economico-politici di tipo internazionale decisero di fronteggiare una crisi con un drastico e voluto contenimento del consumo di energia. Oggi, ciò che successe allora, lo chiameremmo un primo tentativo di applicare in maniera forzata la “decrescita felice”. Alla radice di tutto questo sconvolgimento ci fu lo choc petrolifero del 1973 sostanzialmente causato da almeno 3 fattori: -l'aumento non previsto dei costi di trasporto del greggio dovuto alla chiusura del Canale di Suez. Le guerre arabo-israeliane, succedutesi tra il 1967 ed il 1973, avevano reso impraticabile il passaggio e le petroliere dovevano circumnavigare il continente africano aumentando i tempi di consegna, i costi di navigazione e conseguentemente il prezzo alla consegna; -l'aumento degli esborsi per le licenze versate ai paesi mediorientali che detenevano i pozzi petroliferi (il prezzo del greggio passò dai 3 dollari al barile fino a raggiungere il tetto degli 11,65); -l'embargo nella vendita di greggio che i Paesi dell'OPEC avevano istituito nei confronti dell'Europa e degli Stati Uniti contestando l'alleanza e l'appoggio economico militare che questi fornivano allo Stato di Israele dopo l'attacco del 6 ottobre del 1973, episodio meglio noto come la Guerra dello Yom Kippur o Ramadan d'ottobre, e la conseguente sconfitta delle forze egiziane e siriane sancita dalla risoluzione ONU del 22/9. Oggi il termine austerità non evoca più gli spettri di un tempo ma sta ugualmente ad indicare un tipo di politica economica restrittiva e depressiva densa di tagli della spesa pubblica e aumento generalizzato delle imposte volti comunque a raggiungere il pareggio di bilancio. Tale misura economica, quindi, non si propone lo scopo di razionalizzare le risorse del pianeta per rendere migliore la vita e la socialità dei cittadini ma unicamente quella di coprir e un debito che cresce a dismisura come nella leggenda dell’indiano che, invitato dal re di Persia a chiedere un premio per la sua invenzione degli scacchi, chiese tanti chicchi di grano quanti risultavano dal due moltiplicato tante volte quanti erano gli scacchi. Ne venne fuori un numero di 20 cifre. Chiamiamola dunque Austerity o Austerità la conclusione è sempre la stessa: si tratta di una misura distruttiva, antisociale e antidemocratica. Capitalista, insomma...