venerdì 23 ottobre 2009

Il fallimento dei più furbi


Il fallimento dei più furbi
A livello politico ha destato scalpore la sentenza della Corte Costituzionale di in merito al lodo “Alfano”. Esponenti di spicco della maggioranza di Governo hanno affermato che esiste un deficit di Giustizia “giusta” nel nostro Paese e che occorre una profonda e radicale modifica delle Leggi e normative vigenti in materia. Sono d’accordo. In PARTE. Innanzitutto, nella scala delle priorità, il nostro Paese ha bisogno di lavoro, oggi più che in passato. Per poter dare nuove prospettive in tal senso, è vero, si deve metter mano anche al nostro ordinamento giudiziario. Ad esempio, favorendo la certezza del diritto sul credito. Oggi tale parola fa venire in mente la Banca ed ogni attività ad essa collegata. Esiste, tuttavia, un aspetto di fondamentale importanza per la vita stessa di ogni economia. In Italia, più che in ogni altro Stato dell’Unione, la speranza di un creditore di vedersi corrisposto il proprio credito dal debitore per via legale o compromissoria è molto flebile. Occorre rivedere, a mio avviso, l’intera normativa riguardante il fallimento. La crisi economica che attanaglia, senza esclusione, tutte le nazioni del mondo è partita da una crisi del credito. L’abbondante uso della procedura fallimentare ha così punito sia le aziende sane che quelle che non lo erano. Lo stesso meccanismo del mercato che prevede continui scambi tra i suoi soggetti ha avuto un effetto devastante sull’economia. Chi ha avuto la sfortuna di trovarsi come cliente una ditta che è fallita ha perso del denaro e molte volte questa serie impressionante di passività formatesi in poco tempo ha travolto le aziende senza distinzione. L’attuale Governo, pochi anni orsono, ha modificato le normative sul fallimento facilitando il reingresso di un fallito nel ciclo produttivo. Oggi, più che mai, chiudere un’impresa e gettare sul lastrico dipendenti e fornitori è più facile. Allo stesso modo, non ci sono più i vincoli del passato per riaprire l’azienda, con qualche ritocco, il giorno seguente. Io credo, invece, che occorra rivedere la procedura fallimentare e che sia di fondamentale importanza porre un serio paletto a questo strumento facendo si, ad esempio, che il debito non si estingua con la cessazione dell’attività ma ricada sulla parentela dei titolari o dei soci. Che cosa c’entra la Giustizia, allora? Beh, è ovvio che non è concepibile che una causa per risarcimento possa durare anni. Oltre a garantire la certezza della pena occorre accelerare i tempi per giungere ad una sentenza. E su questo, Giudici ed Avvocati, possono recitare un ruolo di primo piano su una seria riforma del settore.

sabato 10 ottobre 2009

Just in bank???


Just in bank???
Che cos’è una banca? In teoria è un azienda come tutte le altre e il suo scopo principale è quello di creare un utile per i suoi soci comprando e vendendo denaro. Ma è veramente un’azienda? No. Se lo fosse sarebbe assoggettata alle regole di mercato e si comporterebbe di fronte ad un problema allo stesso modo di qualunque altra. Non può farlo, in realtà, perché il tipo di attività che svolge non glielo permette. Facciamo un esempio: in Giappone, diversi anni fa, si resero conto che un’azienda diventava più snella, competitiva ed efficiente se adottava un metodo di lavoro che fu denominato “just in time”. Esso prevedeva un drastico abbattimento delle spese di stoccaggio e ne ridisegnava finalità e contenuti. Ogni singolo settore di produzione, ad esempio di una catena di montaggio, lavorava in perfetta simbiosi con quello che lo precedeva e quello che lo seguiva. I costi di attesa che derivavano da un guasto macchina (ad esempio) erano nettamente inferiori a quelli per immagazzinare e conservare a lungo un bene. Le aziende giapponesi producevano “giusto in tempo” ciò che serviva ai propri clienti senza assumersi i costi relativi alla prima scommessa imprenditoriale: quanti saranno i miei clienti, cosa vorranno da me e quando. Ora, voi capite che una banca non può permettersi di lavorare “giusto in tempo” né può permettersi di “scommettere”come farebbe qualunque altro tipo di imprenditore. Per questo motivo il prodotto che la banca commercializza, il denaro, si troverà nei caveau, nelle casseforti, “immagazzinato e stoccato” più di qualsiasi altra merce senza che chi ne ha veramente bisogno possa avere la remota speranza di usarlo. Io sostengo che le aziende del credito (che aziende non sono) non possono far parte della Borsa e valutate come imprese commerciali esattamente come non lo sono gli Stati nazionali. Credo occorra rivedere una bella fetta del nostro sistema economico (mondiale) per migliorare la sua (e nostra) salute.

venerdì 2 ottobre 2009

Caro Presidente Berlusconi

Caro Presidente Berlusconi

Ebbene si. Sono un inguaribile tifoso del Milan. Di questi tempi non è cosa di cui ci si può sportivamente vantare dati i risultati ottenuti con, e senza, la musichetta di Champions. Ma il Milan è più di una società di calcio. E’ quasi un modello di vita. Le due squadre milanesi sono nate a due lustri di distanza a cavallo del ‘900. Il Milan nacque per primo. L’altra squadra milanese ebbe i suoi natali più tardi. Venne formata da parte dei soci del Milan che non condividevano la scelta della società di quei tempi. Il pomo della discordia era il tesseramento di atleti stranieri. I soci “transfughi” dal Milan battezzarono la nuova entità col nome di Internazionale, per sottolinearne la caratteristica peculiare. Nel corso degli anni le due squadre mantennero fede a queste prerogative e pertanto il Milan era nazionalista e tecnico, la sua antagonista invece più esterofila e atletica. Eccezion fatta per Berlusconi, il Milan ha avuto nella sua storia presidenti più parsimoniosi, l’Inter un po’ più “passionali”. Oggi la mia squadra del cuore sta vivendo un periodo di grossa crisi addirittura peggiore di quella economica che stanno vivendo i mercati finanziari mondiali. Il Presidente Berlusconi non può o non vuole più drogare il bilancio della società facendo fronte direttamente alle perdite d’esercizio e, in accordo con l’Amministratore Delegato Adriano Galliani, ha inaugurato una politica di risparmio che io reputo intelligente, anche se tardiva. Tuttavia, vendere i gioielli di famiglia per fare cassa, affidare la gestione della squadra orfana del suo capitano ad un giovanotto di belle speranze ma privo di esperienza sul campo e una campagna acquisti e cessioni fatta senza un briciolo di competenza calcistica mi sembra un pessimo modo di andarsene via. Passi la cessione dei calciatori migliori, passi anche l’esperimento di far sedere in panchina l’ex responsabile del mercato sudamericano, quello che proprio non ho capito e l’intelligenza si ostina a non spiegarmi è come si può pensare che i problemi del Milan fino allo scorso anno possano essere diventati i punti di forza di questo. Ronaldinho non è riuscito a convincere di essere ancora un atleta, Seedorf è il giocatore più criticato dalla tifoseria, Dida ha uno stipendio di 4 milioni di euro l’anno ed è stato inserito nella lista Champions, Oddo è un calciatore che da almeno due anni non riesce a trovare la serenità necessaria per esprimere il suo valore, Tassotti è il viceallenatore nonché allenatore di una difesa che prende gol da palla inattiva con la stessa facilità con cui il deficit italiano continua a crescere, Inzaghi è il miglior centravanti che ci siamo potuti permettere nelle ultime sciagurate stagioni ma anche il motivo per cui l’unico talento vero che avevamo in squadra dopo Kakà (Paloschi) è stato rifilato al Parma e chissà se potremo mai riprendercelo, Pato ha fatto abbondantemente capire di essere il più bravo del carrozzone e non vuole più rimanere in una società che affonda (chissà quanti altri calciatori brasiliani gli stanno insegnando come ci si deve comportare a Milano per farsi cedere). Ma naturalmente tutto sta andando bene e si tratta solo di un momento sfortunato, i pali e le traverse, le azioni da gol mancate. Il gioco, tuttavia, non c’è. I risultati nemmeno. La sfortuna è un’altra cosa. La squadra che amo e che ha un posto di riguardo nel mio cuore ha uno stile diverso. Non impreca contro i fantasmi e sa prendere le decisioni importanti con la lungimiranza del buon Nostromo. Non naviga a vista nel buio più profondo.

martedì 29 settembre 2009

Con...dono, con...danno.


Mi da da pensare il recente condono tributario studiato dal nostro superministro delle Finanze, Giulio Tremonti. L’obbiettivo dichiarato è quello di veder tornare in Italia quei capitali illecitamente “distratti” all’estero. L’iniziativa può sembrare lodevole sotto certi punti di vista (ad esempio quello della maggioranza di Governo), criticabile sotto altri (magari dall’opposizione). Si è detto che poco è meglio di niente e che chi ha sempre pagato le tasse si sentirà giustamente defraudato. Quello che ancora non ho letto o ascoltato da nessuno è perché. Mi spiego meglio…perché un qualunque cittadino italiano (o straniero ma che ha accumulato capitali nel nostro Paese) dovrebbe decidere di riportare del denaro in Italia? Siamo agli ultimi posti tra gli Stati industrializzati per quanto riguarda la qualità della vita, degli ospedali, delle scuole, del lavoro, dell’ambiente, delle costruzioni edilizie, del commercio e della libertà di commercio, del senso civico e della tolleranza razziale, religiosa e sportiva. Abbiamo dei primati ma sono tra i più tristi e degradanti che una società civile possa permettersi di vantare. Dunque, perché qualcuno dovrebbe desiderare di restituire del denaro rubato in Italia? Non per paura, né per calcolo o beneficenza. Forse per pietà. Si. Ecco a chi si rivolge il nostro Ministro. A tutti coloro che sono mossi a compassione per questo Paese che dovrebbe essere grande ma che da sempre sperpera assai più di quanto è in grado di guadagnare. Prosit.

mercoledì 16 settembre 2009

Banchieri e contadini.




Banchieri e contadini.
A seguito della crisi economica mondiale ed allo scopo di scongiurare una catena di possibili fallimenti delle banche, l’attuale governo italiano ha varato misure straordinarie in tema creditizio. Quella più rilevante riguarda il raddoppio della quota “di garanzia” di deposito presso la banca d’Italia. Che cosa significa in parole povere? Lo Stato aumenta la quota di risparmio che una banca deve tenere a garanzia dell’esistenza stessa dell’istituto di credito. Tale iniziativa è stata lodevole e determinata dall’urgenza di fronteggiare una crisi senza precedenti. Lo spettro del crollo delle borse, in modo assai simile a quello del 1929, ha costretto i politici ad adottare misure straordinarie e coercitive. Tutto bene, dunque. Peccato che dimostri, ancora una volta, la follia a cui è giunto il sistema capitalistico odierno. La logica di mercato, e non, suggerisce esattamente l’opposto. Quand’è che è più facile risparmiare soldi? Nei periodi di vacche grasse, quando c’è lavoro, l’economia cresce, gli stipendi sono più alti. Ebbene, in tale momento della loro storia, le banche mondiali non hanno “risparmiato”, concedevano mutui al 100% e prestavano ed usavano soldi con la lungimiranza di un lombrico. Quand’è che, invece, è più difficile risparmiare soldi? Nei periodi di vacche magre, quando il lavoro è da trovare con il lanternino, l’economia ristagna o è in forte recesso, gli stipendi sono a livelli di sussistenza. Ebbene, proprio in quel momento le banche riducono la percentuale di mutuo disponibile per l’acquisto di una casa, le somme e l’entità dei prestiti concessi alle imprese e via discorrendo. Insomma, gli amministratori delegati degli istituti di credito continuano a non prendere esempio dai nostri contadini che con l’arrivo della bella stagione mettono da parte fieno nei fienili per prepararsi alla brutta stagione. E il nostro governo proprio in questo momento di crisi (che equivale al giorno più freddo dell’inverno) chiede loro di raddoppiare i depositi di garanzia. Non solo, ma si fa garante della solvibilità delle aziende creditizie ponendovi il sigillo statale. Nel caso in cui una banca dovesse trovarsi in insanabile difficoltà e non possa tener fede ai propri impegni lo Stato interverrà in modo diretto coprendo l’eventuale disavanzo. Indovinate un po’ chi ne farà le spese? Voglio fare il facile profeta: i cittadini che pagano le tasse, i correntisti, chi avrà bisogno di acquistare una casa accendendo un mutuo o le imprese che chiederanno un prestito o che lo avevano già avuto. Vale a dire i soliti noti. E chi non pagherà per i propri errori? Gli amministratori delegati che hanno diretto l’economia nazionale e mondiale e gli azionisti che li hanno nominati. Anche qui si tratta dei soliti nomi. Alleluia…

martedì 8 settembre 2009

Evviva gli sposi...


Pier Giorgio Tomatis e GabriellaGumina
annunciano il loro matrimonio
che sarà celebrato al
Santuario del Sacro Cuore
Via Sommellier n.42
Pinerolo
Il 4 ottobre 2009 - ORE 10, 30
….dopo la cerimonia
Pier Giorgio e Gabriella
saranno lieti di festeggiare
offrendo un aperitivo agli amici
nel cortile del Santuario

domenica 23 agosto 2009

Rivoluzione costituzionale.


Rivoluzione costituzionale.
C’è una forte crisi economica a livello mondiale. Il peso di guerre… anzi, scusate, di operazioni di polizia, di aumento indiscriminato del prezzo del greggio, di disparità di trattamento salariale tra gli Stati nazionali, sta corrodendo e corrompendo la società occidentale così come era stata concepita. Ricordate il primo capitolo della nostra Costituzione? Il nostro è uno Stato fondato sul lavoro. Come si può pensare che vi sia un senso etico, civile, sociale, tra questo concetto e la costante perdita occupazionale e reddituale delle famiglie italiane? Non può. Fa soltanto parte della grande menzogna globale nella quale siamo immersi ogni giorno della nostra vita. La società civile che i padri fondatori della nostra nazione avevano idealizzato non esiste più. E’ morta. Annegata nei vizi e nei capricci di capitalisti che smettono di fare all’amore perché il marito miliardario vorrebbe acquistare uno yacht anziché un transatlantico, di corporation che con le loro industrie uccidono il pianeta con emissioni gassose e radioattive, veleni liquidi e polveri chimiche. In fondo a questi esempi c’è la grande massa di gente comune che non riesce ad arrivare alla fine del mese e si indebita sempre di più con società di malaffare o banche troppo scaltre perché venga loro permesso di continuare ad esistere. Non credevo, da liberista, che un giorno sarei arrivato a sostenere l’esigenza di una rivoluzione ma è così. Abbiamo bisogno di un cambiamento radicale. Il capitalismo imperante, che ha ucciso il ricordo delle nostre radici ed il senso della civiltà, va abbattuto con una spallata poderosa. Un popolo darà l’esempio per tutti e con un effetto domino ad esso ne seguiranno altri. Non saranno gli italiani a ribellarsi. La nostra storia ci insegna che siamo più bravi ad adattarci alle condizioni in cui ci troviamo. E’ per questo motivo che non siamo simpatici ai francesi e per cui auspico che facciano loro il primo passo. Liberté, égalité, fraternité. Ecco ciò di cui abbiamo bisogno anche se non tutti se ne sono ancora accorti.

giovedì 20 agosto 2009

CENTO PREGHIERE


Sembrava una di quelle tranquille notti di inizio autunno con l'aria fresca che ti sfiorava la pelle e ti entrava nei polmoni riempiendoti di gioia di vivere. Nel cielo scuro le stelle parevano tanti piccoli fuochi che si accendevano e si spegnevano a seconda della intensità con cui i miei occhi cercavano di fissarle. Le case attorno a me erano molto vecchie e la luce dei lampioni le illuminava implacabilmente, quasi volesse sottolinearlo. E la luna era assente. La Luna, musa ispiratrice di poeti innamorati, mi rendo conto che può sembrare sciocco ma ogni qualvolta la osservo e mi lascio inebriare dai suoi fiocchi raggi, così vivi, eppure insufficienti ad illuminare il globo, mi sento rinascere. La sua vista mi lenisce qualsiasi dolore, mi fa sognare. Ogni volta che splende piena, alta nel cielo mi affaccio alla finestra e cancello in un istante tutti i miei problemi. Sembrava una di quelle tranquille notti di autunno. Ma non era così. Chiusi la finestra dopo circa un'ora di meditazioni profonde. E' curioso, quando mi capita di osservare delle autentiche meraviglie del creato come una cascata, un'impervia montagna, il sole, la luna, gli effetti di un vento impetuoso o chessò altro forse non mi viene da pensare da chi o da che cosa tutto ciò ha avuto origine quanto invece il mio posto in esso. Sono sicuro che, in fondo, tutti noi si è alla ricerca di qualche cosa anche se non sempre sappiamo esattamente dove cercare. E più si cerca di capire, più ci si sforza di trovare, più ci si ostina a lottare e più una soluzione ci appare lontana. Cosa ci faccio qui? Quale posto occupo nell'imperscrutabile stato delle cose? Se fossi una montagna sarebbe tutto più facile, avrei maggior coscienza sul disegno cosmico. Conoscerei esattamente il mio destino, il mio posto in tutto questo. Ma sono un uomo e non sono legato ad un solo luogo della terra e la mia mente si pone costantemente interrogativi ai quali non so dare, molto spesso, delle risposte. Credo di possedere, con gli occhi, una grande maledizione. La vista mi da l'opportunità di percepire i sincronismi del complicato meccanismo della vita sulla terra. Ma non sanno portarmi oltre. Non sanno mostrarmi il mio ruolo. A volte mi capita di odiare intensamente i miei occhi capaci di vedere perfettamente solo il buio e le mie gambe capaci di portarmi nel dappertutto di nessun posto. E tutto quello che faccio dove mi conduce? Alle porte del ventunesimo secolo la razza umana si vanta di aver formato vere e proprie civiltà, di vivere più a lungo e di avere creato le città. Queste ultime occupano un'enorme spazio e forniscono un solido, molto spesso, inutile riparo da eventi che non può in nessun modo fermare. Come sosteneva qualcuno, però, una città è fatta soprattutto di mura, cioè di qualcosa, un ostacolo, che impedisce l'ingresso o l'uscita a qualcos'altro. Non è questo che ci serve. Non è questo che mi serve. Cercare di non pensarci non è la soluzione migliore. Ecco, sapevo che sarei arrivato a tutto ciò. Sono diventato matto. Mi ritrovo terribilmente impacciato, insicuro. Non capisco più nulla, nessuno. Nella sala, l'attesa si faceva sempre più insostenibile. Eppure ero stato io a scegliere tutto questo. Forse per vigliaccheria, per il peso delle responsabilità o chessò altro. Avessi fede in qualche cosa potrei mettermi a pregare ma non ci riuscirei. Per tutta la mia vita ho cercato di rendermi invulnerabile. Una ricetta che mi facesse sopravvivere al mio tempo. E l'ho trovata. Ma non sono ancora soddisfatto di me stesso. Mi manca la passione, il respiro dell'esistenza. Non sono mai riuscito ad avere bisogno degli altri. Solo oggi che ho un tremendo bisogno d'aiuto, mi sento vulnerabile come la più minuscola ed indifesa delle creature della terra e la cosa mi sconvolge e confonde al tempo stesso, mi rendo conto di quanto sia sbagliato questo mio atteggiamento. Anche se ciò fa pugni con tutta una parte della mia vita. Ma per la prima volta non mi importa nulla di me stesso, di ciò che sono, di ciò che ho. Persino l'attesa, sottile tortura psicologica, diventa più dolce del miele. Mi senti mondo! Oggi porgo il fianco alla vita. Non ho più paura delle tue stoccate. Non mi preoccuperò per il dolore, anzi lo voglio assaporare tutto per intero. Perché anche il dolore è frutto della passione e frenetico respiro dell'esistenza. Un rumore proveniente dal corridoio mi riporta alla realtà. Una porta si apre. Una donna approssimativamente dell'età di 50 anni mi invita a seguirla. Spegnerei volentieri una cicca di sigarette in terra. Ma non fumo. Ringrazierei Dio con una,cento preghiere. Ma non credo. Tirerei un sospiro di sollievo. Ma ho i polmoni letteralmente bloccati. Forse correrei se non avessi le gambe legate al suolo da robuste ed invisibili catene. Eppure, in qualche modo, riesco a divincolarmi. La donna mi precede spedita ed io non le sono da meno. Non so bene da dove arrivi tutta questa calma, questa serenità che pervade la mia anima in questo momento ma quando si apre davanti a me anche l'ultima porta e vedo la donna della mia vita sdraiata su di un letto, provata, eppure ancora così forte, e con accanto una creatura che per orgoglio ed egoismo definisco "mia", forse incomincio a capire. Mi precipito al capezzale del letto di mia moglie, più bella che mai, ed ella mi sorride soddisfatta e con un cenno del capo mi mostra il frutto più bello dell'albero della nostra unione. Poco tempo prima mia moglie mi aveva raccolto come si raccoglie un tenero cucciolo di uccellino cascato dal nido per ricongiungerlo ai suoi genitori. E tra un frusciare di ali e cinguettii stavo incominciando a capire. Sì finalmente ho capito. L'orgoglio e l'egoismo scompaiono lasciando il posto alla consapevolezza. E' bastato guardare negli occhi di mia moglie più profondamente del solito per capire che Egli esiste. Ma non ho più tempo per i pensieri sterili ed inconcludenti. Ho una famiglia “numerosa” che mi aspetta e cento preghiere con cui ringraziare un Amico.

lunedì 10 agosto 2009

Tanto è così dappertutto.


Nonostante ciò che ho imparato a scuola ho recentemente scoperto che un assegno circolare emesso da una banca in favore di un proprio correntista impiega 5 giorni ad essere monetizzato nel suo conto. Gli assegni normali, a debito, vengono immediatamente pagati a qualunque sconosciuto si presenta allo sportello. L’obiettivo di questo stranissimo comportamento sta nel fatto che l’obiettivo di una banca è quello di vendere soldi e quindi trova vantaggioso mettere i propri correntisti in una situazione debitoria. In fin dei conti si tratta di un altro modo di fare dei prestiti ribaltando il rapporto con il titolare del conto. Non solo le banche pagano ai correntisti un interesse molto più basso delle commissioni e delle spese che servono per il mantenimento dello stesso ma addirittura cercano di costringere i propri clienti a prendere in prestito del denaro di cui non hanno bisogno. Disgustato per la scorrettezza dimostrata dalla mia banca ho deciso di rivolgermi ad un concorrente e gli amici e gli operatori del settore, quasi fossero stati un esperto coro di voci bianche, mi hanno consigliato di lasciar perdere perché “tanto è così dappertutto”.
La città dove risiedo non è certo famosa per tornado, trombe d’aria, uragani, eppure mi capita spesso che basta la presenza di una nuvola in cielo perché venga interrotto il servizio telefonico di un importante gestore nazionale. Secondo contratto (stipulato telefonicamente e quindi…) i tecnici hanno un massimo di 4 giorni lavorativi per risolvere il mio problema. Non avendo stipulato un contratto Business (in questo caso, almeno a parole, si garantisce una maggiore rapidità) rimango senza possibilità di collegamento alla rete, senza possibilità di effettuare o ricevere telefonate, di vedere i canali televisivi che necessitano di decoder per diversi giorni. Il limite massimo, ovviamente, diventa la prassi e non un evento straordinario. Seccato per la scorrettezza della società che pago perché mi fornisca il servizio di cui ho bisogno ho paventato l’ipotesi di cambiare gestore. Ancora una volta il coretto vox populi è stato lo stesso: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Ho vinto una causa civile ed ho diritto ad un risarcimento danni ma la ditta soccombente non paga e nella mia stessa situazione ci sono tantissimi altri connazionali. Il titolare della società in questione è la massima figura istituzionale del CNA regionale. Quest’uomo perora la causa di tante ditte artigiane che in questa crisi rischiano di scomparire perché le banche non agevolano sufficientemente il credito. La banca che ha la maggiore esposizione nei suoi confronti è “la mia banca”. Si potrebbe tranquillamente affermare che, con il mio lavoro, sto prestando soldi a chi non me li restituirà mai. Quando ne parlo con qualcuno mi sento ripetere la solita solfa: “lascia perdere perché tanto è così dappertutto”.
Leggo il giornale e il mio umore non migliora. Gli articoli che scorrono davanti ai miei occhi mi mostrano una società scorretta, ipocrita e castista. Arrivo fino all’ultima pagina e mi accorgo che manca un’articolo. Mi riguarda. E’ quello in cui decido di non pagare le tasse e decido di smetterla di comportarmi con senso di responsabilità, con correttezza, onestà e civiltà. Il motivo? “Tanto è così dappertutto”.

Realtà o fantasia?


Che cosa hanno in comune i ladri di biciclette di Zavattini, il cuore della Tamaro, il verismo di Verga, i cine-panettoni di De Sica? Mi capita spesso di incontrare delle persone di nazionalità italiana refrattarie alla lettura dei miei libri ed a quelli di tanti amici scrittori. Da loro ricevo una critica interessante e degna di nota. “Noi siamo per la realtà”. In questo modo mi viene detto che scrivere libri di fantascienza o ispirarsi alla letteratura fantastica, fantasy, è una scelta commercialmente inadeguata al mercato italiano. Il cinema, la letteratura nostrana, sembrerebbero improntate su di un verismo privo di qualsiasi fronzolo, di un orpello di fantasia. E’ una particolarità tutta italiana. Non è un bene. Non è un male. E’ una scelta che ci distacca dal resto dell’Europa e dal continente americano. Ancor più singolare è il fatto che questa caratteristica è in netto contrasto con la nostra più tipica e riconosciuta capacità. Perché un popolo che fa della fantasia la sua peculiarità si diverte, si rilassa, si distrae, impara e si forma con strumenti culturali che raccontano episodi di vita vissuta o perfettamente vivibile? Curioso fatto. Risposta alla domanda ignota. Dal canto mio continuerò a scrivere libri di avventure, elaborerò metafore, mi ispirerò alla letteratura fantastica di stampo americano. Chi acquisterà un mio romanzo avrà per le mani due chiavi di lettura. La prima è la superficie della metafora. In essa il lettore scoprirà una storia fatta di avventura, di azione mozzafiato, di suspence, di mistero. La seconda, la più profonda e ricca di significati, si trova tra le righe e presuppone uno sforzo intellettivo. In effetti, leggere un mio romanzo è un po’ come fare le parole crociate e al contempo essere immersi in una riflessione su di un tema sociale e contemporaneo di vitale importanza. Chi ricerca il puro divertimento può giocare e divertirsi con quello che legge. Chi ricerca qualcosa di più ed ha voglia di osare può interpretare la metafora e riflettere sul suo contenuto. I miei libri, i miei romanzi, le mie storie, si rivolgono agli italiani più esigenti, a quelli che non si accontentano. Mai. A loro auguro una buona lettura. Ed anche a tutti gli altri.